Rock of ages, la recensione
Quando il rock duro, quello che nasce per dare fastidio e contrapporsi al sistema con il suo modo di fare, diventa materia digeribile da chiunque, soprattutto dal sistema...
Fuori tempo massimo per il revival anni '80 (ormai siamo pronti ai '90) arriva al cinema dopo 6 anni il musical Rock of ages, che celebra, racconta e canta (nel vero senso della parola) l'hard rock anni '80.
Scritto da Justin Theroux e Allan Loeb (coppia che non promette nulla di buono) assieme al creatore del musical originale Chris D'Arienzo,Rock of Agesha per fortuna la grazia di un po' di ironia e autoironia. C'è molto da prendere in giro in quel mondo a un passo dal metal, con i piedi saldati nell'etica dell'autodistruzione e dell'esaltazione sessuale e Rock of ages non fa finta di no.
Tuttavia in un musical la sceneggiatura è il meno, mentre il più la fanno le performance, la musica e il più generale atteggiamento che lo spettacolo ha nei confronti del pubblico. Ed è qui che Rock of ages crolla.
Ancora più grave tutta la celebrazione del "vero rock" (come il film ripete con insistenza), cioè della musica nella sua espressione più onesta è professata attraverso l'espressione più disonesta della musica, ovvero la versione acquietata, smussata e svilita di ciò che nasce per essere aggressivo e perturbante. Rock of ages pretende di convincere il pubblico (e probabilmente lo farà) che il vero hard rock è quello di Jon Bon Jovi, è un film che prende in giro e si mette contro le boy band (un prodotto confezionato privo di sentimento) e poi come alternativa "autentica" propone canzoni arrangiate in stile Christina Aguilera.
E' Glee senza l'onestà di Glee. E' la gleeizzazione (scusate la violenza del neologismo) di tutto il resto della musica, anche di quella che nasce con spirito e valori diametralmente opposti. Non a caso Shankman è un coreografo e ha diretto due episodi della suddetta serie.