Scordato, la recensione
Al terzo film Rocco Papaleo gira la storia di un bilancio di una vita intera e con Scordato unisce ambizione artistica a esiti infelici
La recensione del terzo film da regista e interprete di Rocco Papaleo, Scordato, in sala dal 13 aprile
La trama di Scordato, per quanto tremendamente ombelicale, sarebbe pure interessante ma è il modo in cui viene raccontata che rende impossibile leggerci qualcosa di altro o almeno qualcosa di appassionato che non sia un vago senso di rimpianto. È la storia di un uomo (Rocco Papaleo) che per un problema di postura e schiena viene spinto a tornare al suo paese (Lauria, effettivamente il paese in cui è nato Papaleo) e a confrontarsi con il sé del passato, risolvendo dei nodi mai affrontati e quindi ritrovando, forse, un equilibrio nel presente.
Il filtro dovrebbe essere quello della commedia (più o meno) ma anche quando vuole far sorridere Scordato non ci riesce. Meglio semmai quando rimesta nell’autocommiserazione con un filo di pietismo, anche se pure quel tono è più che altro ripetuto a oltranza senza subire evoluzioni. Non c’è molto altro infatti nel film e i pochi momenti che potrebbero essere buoni non sono sostenuti. Anche quando Scordato vuole per un attimo diventare folle, in una conversazione a tre che include un personaggio che non esiste, non fa che mostrare di non aver delle basi solide. Sarà più evidente che mai nel grande confronto finale, una scena molto sentita priva tuttavia di un’impalcatura che la regga. L’apice emotivo non ha dietro di sé un film che lo possa elevare e gli possa dare un senso, o anche solo un’altezza emotiva sul quale ergersi. Addirittura arriva dopo una grottesca scena blandamente umoristica a proposito di Matera capitale europea della cultura. Non proprio una costruzione adeguata per un momento importante.