La scuola più bella del mondo, la recensione
Dopo un inizio di insospettabile classicismo e rigore La scuola più bella mondo sembra farsi contaminare da un'anarchia che squaglia le cime
Lontano dalla densità, anche visiva, di Un boss in salotto (dove tutto riempie l'immagine) e più vicino al solare favolismo di Benvenuti al sud, il nuovo film di Luca Miniero inizia riproponendo il vero stile classico della commedia italiana (qualcosa che molti tentano ma che non riesce a nessuno).
Anche lo spunto iniziale più interessante e più vicino ai temi che interessano Luca Miniero lentamente sembra perdersi. Il regista che ha incentrato la stragrande maggioranza della propria filmografia sul contrasto tra Nord e Sud Italia (ogni volta declinato in un ambito e con finalità differenti) questa volta sembra portare un po' più avanti quell'idea per affermare (lo dicono più volte i personaggi) che il Nord non è il settentrione ma il punto in cui finisce il Sud. Miniero non ha mai nascosto da quale parte penda il suo giudizio e in questo caso è molto chiaro come il "nord" non sia un termine geografico ma identifichi chi si crede migliore perchè più efficiente e che quest'efficienza basti, tanto che nei momenti migliori il film pare proprio un inno all'inefficienza (il gioco in cui vince chi dà le risposte sbagliate).
Incredibile, infine, l'uso di Currè Currè Guagliò dei 99 Posse, inizialmente sottofondo corretto dell'atteggiamento anarchico del professore interpretato da Papaleo ma col procedere del film totalmente svestito di tutto quello che è e rappresenta per diventare una canzoncina positiva dei bambini.