Se la Strada Potesse Parlare, la recensione
Soffice, morbido ed intimo, Se La Strada Potesse Parlare tenta di trasformare l'indignazione in violazione dell'intimità
Il film vero in realtà parte un po’ dopo il vero inizio, parte all’annuncio della gravidanza, quando una storia d’amore tra due amici d’infanzia slitta in un grande vincolo suggellato come in un melò degli anni ‘50 dall’amplesso in una baracca.
Per l’annuncio della gravidanza Jenkins crea uno dei momenti migliori della sua carriera sterzando l’intero film in quella direzione, come se l’annuncio cambiasse il mondo intorno a tutti. È un momento soffice e morbido, con un brano jazz di sottofondo che fa scopa con le voci degli attori, ferme un passo prima del flautato. È la morbidezza della famiglia in una scena che ha il rassicurante comfort di un vecchio divano, diretta con calma ma senza limitarne il potenziale emotivo.
Questa qualità intima che sembra venire dalla musica e invece è frutto di un curato ensemble nel quale la palette di colori gioca un ruolo centrale, ed è un dono pazzesco che però Se La Strada Potesse Parlare comincia a sprecare nella seconda metà, quando deve metterlo in relazione alla lotta per la libertà e la giustizia. In quel momento ciò che prima era delicato diventa subito retorico, quell’astrazione così poco realistica e così cinematografica che fa così bene alla cronaca dell’umanità domestica e che dà a tutto quel fantastico tono da ricordo d’infanzia diventa subito pesante perché associata alla denuncia dell’ingiusto.
Si scopre così che la cronaca dell’indignazione fatta con questa dolcezza, senza la rabbia ma anzi con rassegnata umanità è solo un compiangersi.