Send Help, la recensione: un thriller satirico che rovescia le dinamiche di potere

Sam Raimi apre spiragli grotteschi in un divertente film di sopravvivenza: lontano dalla civiltà, le competenze contano davvero più dei privilegi di status.

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Nel 1982, quando fece trasalire il pubblico con Evil Dead, Sam Raimi immaginò una forza invisibile che s’impossessava di un gruppo di ragazzi, lasciando il povero Ash Williams da solo contro i suoi amici. È quella che John Kenneth Muir - autore di The Unseen Force, una delle poche monografie dedicate al regista - definisce “un’apocalisse personale”: gli amici diventano nemici, proprio mentre il nostro eroe si trova isolato in mezzo ai boschi. Ebbene, anche la coppia di Send Help affronta un radicale isolamento dal mondo, ma i tempi sono cambiati, e non serve il Necronomicon Ex-Mortis per saltare alla gola dell’altro; basta l’ordinaria amministrazione di un’azienda top 500, competitiva e sessista.

Cambiare i rapporti di forza

In realtà, è proprio negli anni Ottanta che si afferma un feroce neoliberismo, dove l’aggressività sul mercato ispira una simile efferatezza sul luogo di lavoro. I suoi frutti sono ben visibili al giorno d’oggi, e si riflettono nel thriller satirico scritto da Mark Swift e Damian Shannon, gli stessi di Freddy Vs. Jason e Baywatch. La protagonista è Linda Little (una bravissima Rachel McAdams), mite impiegata contabile che fatica il triplo dei suoi colleghi maschi, ma viene costantemente messa da parte. Goffa e trasandata, vive sola con un pappagallino, e sogna di partecipare a un reality show di sopravvivenza. Quando il viziato e arrogante Bradley Preston (Dylan O’Brien) diventa CEO al posto del defunto padre, la situazione peggiora: Bradley non intende dare a Linda la promozione che le era stata promessa, e sceglie invece Donovan (Xavier Samuel), suo vecchio compagno di università. Un viaggio d’affari a Bangkok, però, ribalta tutto. L’aereo precipita nei pressi di una piccola isola, e Linda può finalmente mettere a frutto le sue doti di sopravvivenza: salva Bradley, lo cura e lo nutre, ma comincia anche a imporgli le sue regole.

Del resto, non c’è niente di meglio di un’isola deserta per tirare fuori la vera natura delle persone, e i precedenti - da William Golding a Lina Wertmüller - non mancano. L’erotismo di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto è però molto distante: qui, i rapporti di potere si basano infatti sulla capacità di sopravvivere. Estromesso dal suo privilegio (fondato interamente sul denaro), Bradley non ha nulla da offrire, se non lamentele o pretese da capo. Linda invece si sente nel suo habitat: sa come procacciarsi cibo e acqua, come accendere un fuoco, come costruire un riparo. Lontana dalla tossicità dell’ufficio, gode di un vero e proprio glow up fisico e mentale. Quando la vediamo detergersi in una cascata con un fiore tra i capelli, è chiaro che non ha motivo di tornare alla civiltà.

La sopravvivenza della più adatta

Il paradosso è che, come accadeva sul lavoro, è sempre Linda a fare tutto; solo che stavolta non c’è nessuno a rubarle i meriti: il capo è lei. Raimi si limita soltanto ad accennare la curiosità lubrica della donna verso Preston (il suo è sempre stato un cinema sensuale, non esplicitamente erotico), ma il desiderio di controllo è palese. Torna alla mente il terzo atto di Triangle of Sadness, con cui Send Help ha senza dubbio qualche debito, pur accompagnando la storia in altre direzioni. Intendiamoci: Raimi non è pretenzioso come l’ultimo Östlund, si considera un intrattenitore, e trae sempre il meglio dal cinema di genere. In questo caso, il ribaltamento delle dinamiche di potere dà luogo a un thriller deliziosamente perfido, che si conferma tale fino all’epilogo. Perché, se il neoliberismo vede ogni uomo come un lupo per gli altri uomini, allora è giusto che a trionfare sia la donna: è la ricompensa per un’esistenza vessata dal genere maschile, peraltro creatore di quello stesso sistema economico che ci affligge. Linda non fa altro che seguirne le regole e trarne vantaggio.

Così, Raimi mette in scena un mondo in cui gli amici non ci sono più, i rapporti si sono azzerati: ci sono soltanto colleghi dalla maldicenza facile, e sopraffazioni sul luogo di lavoro. L’unico modo per sopravvivere non è chiedere aiuto, ma usare gli stessi metodi dei propri aguzzini (anzi, spingerli fino all’estremo). È anche per questo che i parossismi tipici del regista sono così soddisfacenti: tra getti di sangue, accessi di vomito e colluttazioni al limite del grottesco, il gioco del disgusto rispecchia la radicalizzazione degli animi. Nell’aprire spiragli del suo mondo, Raimi dimostra di saper divertire con cognizione di causa, non per semplice fan service. E ci offre una catarsi collettiva: in fondo, cos’è Bradley Preston se non l’emblema dei CEO reazionari e profittatori che impestano il pianeta? Linda non sarà la paladina ideale dell’1%, ma almeno ci regala qualche soddisfazione.

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