Silence, la recensione
Quell'impresa impossibile di manifestare la presenza del divino pur nella sua assenza, Silence la raggiunge. Non senza problemi e lungaggini ma la raggiunge
Per Silence Dio sta in minuscoli crocefissi incisi sommariamente e della grandezza di un bottone o in icone grandi quanto una zolletta di zucchero, artefatti piccoli, ideali per essere contrabbandati o nascosti, che sprigionano una potenza religiosa inaspettata. Sono i veri strumenti di questo racconto che mira a palesare l’evidenza di Dio senza farlo davvero.
C’è infatti nei momenti migliori di Silence un desiderio di credere e una sete di ricerca divina così evidenti, da far pensare che chi dirige (e ha cosceneggiato) il film fosse il primo a bramare una manifestazione del divino, a desiderare una ragione del silenzio di Dio. Non stupisce quindi che le domande per le quali il film non ha risposte siano tantissime, e spesso le stesse di altri film di Scorsese (il dubbio su che atteggiamento avere verso il fedele peccatore compulsivo alla ricerca di facili assoluzioni, non è diverso da quello verso il barbone pazzo che non fa altro che bere acqua di Al Di Là Della Vita).
È infatti un’illusione tutta cinematografica quella che riesce a far avvertire l’incombere di un Dio nelle vite, nelle stanze e nella solitudine dei protagonisti, che lo manifesta senza mostrarlo. Nel suo finale Silence fa ammenda per la durata che non è riuscito sempre a giustificare, mettendo in scena con pornografica attenzione la concentrazione giapponese nell’evitare la rappresentazione del Dio cristiano o la sua venerazione, anche in forme minuscole. A quel punto, anche grazie ad alcuni grandi momenti di recitazione per sottrazione tra Liam Neeson e Andrew Garfield, si crea un’atmosfera di tensione e paura così pervasiva e ubiqua da suscitare l’impressione che questa presenza davvero esista, che sarebbe lì lì per manifestarsi non fosse per il rigoroso controllo nipponico che la tiene a bada. Come i mostri nei film fantastici, rinchiusi in anfore o scrigni protetti, anche qui si ha l’impressione che questa creatura metafisica ci sia, guardi tutto, incomba su tutti e sia incatenata da un’armata di controllori.
È questa una conquista spirituale più concreta ed evidente di quella che possono vantare molti capolavori, più intellettuali e meno personali, che ambiscono a raccontare la ricerca di divino nelle vite umane.