Sing, la recensione
Animali carini che cantano e ballano, eppure, contro ogni aspettativa, Sing è anche un bel film. Un musical classico contaminato con il talent show
Realizzato da una coppia con provenienze diverse che si completa molto bene, due esordienti nelle produzioni Illumination, un regista e sceneggiatore di film (Garth Jennings) e un animatore di lungo corso (Christophe Lourdelet), Sing ha una storia e dei personaggi. È una versione un po’ distorta e un po’ metropolitana di un musical classico, quelli in cui i personaggi devono mettere in piedi uno spettacolo e questa cosa, in sè, è lo spettacolo. Un po’ inoltre si muove in una città di animali, come faceva Zootropolis meno di un anno fa.
Sing centra una vitalità che è la chiave stessa dei musical miglioriIl modello sono i talent show televisivi, le esibizioni funzionano come le selezioni (un meccanismo tra il ridicolo e il rivelatore cui il pubblico è molto abituato) e poi la formazione dello spettacolo come una “scuola” in cui migliorare e scoprire il proprio talento e quindi se stessi. È la mitologia dei grandi domani e dell’arte nascosta in persone ordinarie dotate di un sogno immenso, delle famiglie che non capiscono o che spronano, della lotta per staccarsi da un contesto cui si sente di non appartenere. Quel complesso di interazioni e intenzioni che originariamente appartenevano al musical e che poi la televisione ha fatto propri trovandoli nella realtà, ora il cinema se li riprende.
Gli elementi per il fallimento c’erano insomma tutti, eppure Sing centra una vitalità che è la chiave stessa dei musical migliori. Ed è tutto principalmente imputabile a Buster Moon, il koala impresario, quello che cova il sogno più grande di tutti ed è disposto ad ogni cosa con un’energia cui non siamo abituati. L’unico personaggio che davvero suona originale e dotato di una personalità riconoscibile. Curioso che come nei talent televisivi anche qui sia il “giudice” a fare la differenza e reggere lo show, più dei concorrenti.