Suicide Squad, la recensione
Sbilanciato, diseguale e con un finale abbastanza deludente, Suicide Squad è però formidabile nel descrivere i suoi personaggi e il loro mondo
Quest’opposizione, che il cinema conosce molto bene, è un concetto indispensabile per Suicide Squad, quello da cui David Ayer parte. Perché in fondo il film questo è: un gangster movie con supereroi, uno che punta sul fascino eterno dei criminali con un codice d’onore, i cattivi che proprio per farsi strada in una vita pericolosa necessitano di una schiena più dritta dei buoni.
Ma anche quando il film arriva nel pieno della seconda parte, nel pieno cioè della missione suicida in cui questi criminali matti e (alcuni) con superpoteri vengono coinvolti loro malgrado ma nella quale imparano a conoscersi e rispettare anche il potere che li sfrutta, Suicide Squad dimostra che non gli manca la capacità di immaginare e stupire (un colpo di scena finale sulla natura di uno personaggi una volta tanto è davvero inatteso e soddisfacente). Esattamente ciò che spesso manca a cinefumetti molto più solidi, ben prodotti e tecnicamente inattaccabili.
Invece questo film attaccabilissimo, pieno di difetti, scene rimontate e quindi non perfettamente ritmate o momenti che sembrano troppo sbrigativi, sa regalare le invenzioni del cinema vero. Una trasformazione da normale ragazza a dea oscura fatta con una mano nera che emerge da dietro il palmo di una bianca, la stringe e voltandola volta tutto il corpo per cambiare persona: in un’immagine sola vengono spiegati la doppiezza e il sopravvento di una personalità sull’altra, caratteristiche chiave di quel personaggio. Ancora, i flash di Harley Quinn (personaggio classico e convenzionale ma ben gestito) di una vita passata e poi di una vita futura possibile si muovono con grazia invidiabile sul difficile crinale tra ridicolo, grottesco e sentimentale autentico. Già il personaggio è tra i migliori possibili: una persona che rappresenta il massimo della sanità mentale portata a diventare il massimo della follia, anche più di Joker, solo per amore, allegoria estrema di tutte le donne plagiate da un uomo fino a perdere la propria personalità e aderire al suo stile di vita. In più Margot Robbie dimostra di essere stata la scelta di casting giusta compiendo un salto in avanti e traducendo la follia del suo personaggio attraverso la pericolosità di una sessualità mai contenuta, comunicata con bocche e sguardi che nessun PG-13 può arrestare.

Infine, questa storia che sembra accumulare problemi e incongruenze pronti ad esplodere in un finale abbastanza deludente (come accade spesso quando si presenta una minaccia potentissima solo a parole ma spesso ridicola visivamente, e in più si è costretti a farla fuori in maniere anche troppo terra terra) è continuamente rischiarata dal carisma di Viola Davis. Lei, la meno potente in un genere in cui la potenza è tutto, è l’unico reale antagonista credibile (di certo più di streghe e divinità ballerine varie), quello irredimibile, senza scrupoli e che rappresenta lo stato, la mente geniale capace di tenere testa ad un esercito di metaumani e pazzi omicidi con le sole armi di sguardo e atteggiamento, il personaggio che definisce un intero film, il vero colpo segreto del cinema, il valore aggiunto sconosciuto alla carta stampata.