Tafanos, la recensione
Horror in stile italoamericano tra anni '70 e contemporaneità, Tafanos non cita nessuno ma consegna ciò che promette
Tutto è ambientato in una villa liberty che nel nostro immaginario traduce la casetta nel bosco in cui tipicamente gli adolescenti vanno a passare i weekend di birra e sesso e dove vengono massacrati da qualcosa, qualcuno o da loro stessi. Lì 7 ragazzi rigidamente divisi nel secchione, la bella vogliosa con potenziale ragazzo, quella con occhiali e più inibizioni e lo scemo che vuole sempre scherzare più due gay (che solitamente sono tenuti fuori da queste gang che vanno a morire), finiranno preda di uno sciame di tafani mutati. Non mancano contadini fascisti, giardinieri fattoni, un serial killer appena evaso e i locali misteriosi e spaventosi che consentono al film di arrivare a 98 minuti senza ripetersi eccessivamente.
Eppure il merito di questo divertimento televisivo è di non citare niente, di non ammorbare, non pensare di avere chissà che eredità pesante da sostenere e invece fare semplicemente un film nuovo in un genere chiaro e molto codificato. Non è un film di Federico Sfascia (vero e autentico eroe artigiano totalmente indipendente e fuori da ogni schema del cinema horror italiano), ma qualcosa di più ripulito e adatto ad un pubblico intermedio. Non solo appassionati ma anche chi si vuole divertire pensando di esserlo.
Unico tratto personale che il film scritto da Andrea Garello e diretto da Riccardo Paoletti si concede è ribaltare la morale solita, cioè là dove i ragazzi muoiono quando si isolano per bere, drogarsi e fare sesso qui la droga sarà invece la salvezza dai mostri, più ci si droga più ci si può salvare. Con relativi esiti comici.