The Boy, la recensione
Tradizionale e gotico nell'anima, The Boy ha imparato la lezione di Paranormal Activity e concentra tutta la paura nello sguardo dello spettatore
Al centro di tutto c’è una baby sitter americana che viene convocata in una magione britannica fuori mano per badare ad un bambino particolare. Appena arrivata scopre trattarsi di un bambolotto che i genitori, anzianissimi, trattano come il figlio che è morto in un incendio. Sono pieni di premure e si raccomandano tantissimo di rispettare la routine della bambola. Inutile dire che ai primi sgarri arriveranno segni evidenti di presenze nella casa.
Non siamo molto lontani dall’idea alla base di Paranormal Activity, cioè che l’inattività o la fissità dell’inquadratura su un panorama che non cambia, possa essere in sè strumento di paura. Quei film lanciavano il concetto dello spettatore-esploratore, che vaga con lo sguardo all’interno dell’inquadratura cercando negli anfratti qualcosa che manifesti e quindi sublimi che sente essere presente, The Boy prosegue sulla stessa strada. Sono gli spettatori, nel guardare insistentemente quest’oggetto inanimato, a cercare disperatamente un segno dell’orrore che sanno essere presente, a desiderarlo esplorando il volto e i tratti nella speranza che un movimento confermi la possessione.
Si tratta di una sensazione originale e tipica dell’horror dei nostri anni che sorprende riscontrare anche in un film dalle basi così tradizionaliste come questo.