FILM

The Dog Stars, la recensione: Ridley Scott abbraccia la fine (e il cambiamento)

Il nuovo film del regista britannico, tratto dal romanzo di Peter Heller, è un'operazione completamente imprevista: un western post apocalittico in cui a dominare sono i sentimenti degli uomini. Un film stralunato, a tratti persino banale, che trova la sua forza nella voglia di raccontare attraverso le immagini.

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A quasi 90 anni, un gigante del cinema immagina il mondo oltre l’apocalisse, in barba all'idea di poter trovarsi di fronte a uno dei più grandi flop dell'anno: Ridley Scott è celebre per il suo cinismo e la sua schiettezza nella vita reale, ma sceglie di adattare sul grande schermo un romanzo che ha al centro le connessioni umane. The Dog Stars trova effettivamente le stelle oltre la fine, come recita il suo sottotitolo italiano. Non si tratta certo delle star che dominano la scena all’interno della pellicola, ma dei piccoli spiragli di luce che, pur lontani, tracciano la rotta verso una speranza che non vuole proprio saperne di svanire. Scott sceglie di trasportarci in un viaggio tutt’altro che pessimista, tutt’altro che distorto: in una storia senza guizzi o sorprese, è la mente di un autore inarrivabile a emergere tra follia e disincanto.

The Dog Stars è una malinconica poesia per gli ultimi: c’è spazio per la speranza e c’è spazio per l’oblio, ma è soprattutto la vita (come concetto) a tenere a galla le coscienze. Al centro della scena ci sono due coppie, due generazioni i cui istinti vengono messi inevitabilmente a confronto: la disillusione e il cinismo dei grandi (chissà che lo stesso Scott non si sia rivisto nella loro rigidità e nella loro natura violenta), la curiosità e l’ambizione dei giovani. Perché in fondo al caro Ridley non importa realmente dell’apocalisse, ma degli uomini. Cambia il contesto, cambia l’America (più rurale, inaspettatamente italiana, viste le location delle riprese), cambia persino il genere: il film si rivela più simile a un western universale in cui sentimenti forti trovano prima spazio per emergere e poi campo aperto per scontrarsi.

Questo film poteva essere molte cose. Eppure ha scelto di restare, mite e tirato, una storia semplice. Troppo? Probabilmente sì, quantomeno per stupire. Problematico? Decisamente. Ma a guardare con attenzione, sorprende soprattutto la prospettiva intima che si cela al di là del viaggio (con uno sguardo al dolore e alla violenza come costanti dell’esistenza).

Un domani senza speranza?

Un'immagine di The Dog Stars - ©Walt Disney Pictures

Ragionare troppo sulla struttura o sulla coerenza interna di The Dog Stars non è affatto facile, soprattutto perché il film appare completamente fuori dai canoni della filmografia di Scott: il ritmo, per quanto godibile, appare decisamente troppo altalenante per lasciare il segno, così come la storia che si adagia comodamente su stilemi già noti senza neanche preoccuparsi di approfondire personaggi e dinamiche. Parliamo di un'operazione destinata al fallimento (gli incassi sono impietosi rispetto al budget), ma siamo abbastanza sicuri che al regista importi relativamente dopo aver raccontato la storia che voleva: la sua regia imperante e la sua capacità di creare istanti di puro cinema sono ciò che rende il film tutt'altro che deludente.

Con The Dog Stars, Ridley cambia la prospettiva del sogno americano portandola alla deriva più assoluta. Nella desolazione c’è spazio per la bellezza, per istanti quasi bucolici che acquisiscono significato man mano che la malinconia del protagonista emerge nel corso della narrazione. I giovani del film guardano a un domani incerto con inaspettata dolcezza e rendono l’intera operazione forse troppo mite per emergere, ma talmente convinta da incuriosire. L’America è sempre lì, al centro della scena, silenziosa e decadente - così come il sogno, ormai martoriato da disastri e violenza.

Il vero sogno americano è solo un’eco distante di pura utopia, ma Scott trova il modo di preservare il suo valore: la grandezza non guarda più all'ambizione, ma alla tenacia di chi spera. Come se, per sopravvivere al domani, fosse necessario imparare a guardare all’altro senza paura.

Pensieri oltre la fine

Jacob Elordi in una scena di The Dog Stars - ©Walt Disney Pictures

In un mondo sempre più triste, il fatto che esistano ancora registi capaci di trascendere il semplice significato di raccontare per le immagini è una fortuna da non dare mai per scontata. Con The Dog Stars, Scott dimostra di aver bisogno di sceneggiature migliori, ma di non aver mai perso il suo talento per il racconto. E lo fa trovando una dimensione alternativa in cui concedersi (e concedere ai propri personaggi) tempo e spazio per riflettere sulla propria condizione - un privilegio per troppi di noi, vittime di una vita dai ritmi serrati e di un egoismo sempre più dominante. Forse il regista vuole dirci che la fine è più vicina di quanto pensiamo, o forse vuole solo ricordarci (come in fondo ha cercato di fare anche Spielberg con il suo Disclosure Day) che saremo capaci di resistere anche quando il domani sarà avvolto dalle ombre: dipenderà tutto da noi, perché sta già accadendo.

Nella malinconia di Jacob Elordi, in quella perdita che permea l’intera pellicola, riverberano sussurri di pura empatia che avvolgono lo spettatore e non lo lasciano andare. Per un film che poteva raccontare la fine in mille modi (e che forse sceglie la via più semplicistica, rischiando di scadere nella mera banalità), il solo fatto di esser riuscito a conservare un’ambizione creativa di questa portata vale quantomeno una riflessione. The Dog Stars sembra quasi la fantasticheria di un uomo d’altri tempi che immagina una fine che non vedrà coi propri occhi: un mondo meno chiassoso, difficile e vessato da conflitti fratricidi, ma ancora capace di immaginare - forse persino di sognare: non più l’America, ma il domani.

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