The Father, la recensione
Uno dei film più sorprendenti della stagione, The Father, ha al centro una grande interpretazione ma per fortuna non solo quello
Love will tear us apart. Un brano che Anthony non ascolterebbe mai. In casa con le cuffie sente arie dell’Opera, delicata musica classica. Eppure quei brani (almeno quelli cantati) non dicono qualcosa di troppo diverso. In questa storia universale (ma alto borghese) di padri anziani e figlie adulte, di senilità e demenza incipiente, ma soprattutto di un distacco necessario e ingiusto, c’è quello che spesso manca ai film sull’invecchiare o perdere la testa: il sentimento. Che invece è ciò che si acuisce nelle vite di chi è vicino a persone anziane con le quali diventa impossibile avere a che fare e che si trasformano in una slot machine di ricordi casuali e improvvise commozioni tremendamente coinvolgenti.
Essendo tratto da un’opera teatrale The Father è un film di attori senza per questo trascurare il resto della messa in scena. L’espediente di osservare tutto tramite gli occhi di una persona affetta da demenza senile compensa e arricchisce, oltre a dare ad Hopkins modo di non avere per forza l’attenzione sempre su di sé (anche se comunque è il centro di tutto) e di poter lavorare con più libertà. Soprattutto a differenza di molti film centrati sulla recitazione, questo non è un film di dialoghi. Il 90% delle battute potrebbero essere sostituite con altre peggiori e non cambierebbe troppo, perché il punto non è mai cosa dicono ma cosa rivelano i personaggi dicendole.
E su tutti c’è lui, Anthony Hopkins, che ritrova voglia e impegno dei tempi migliori, spazia e crea tantissimo intorno ad un personaggio che sta sparendo. Alla fine non potremo dire di aver conosciuto questo Anthony ma potremo dire di aver capito perfettamente il suo smarrimento e la maniera strana e umana in cui, proprio questo smarrimento, lasci emergere sentimenti, affetti e bisogno di vicinanza. Una tensione verso il contatto con qualcuno di caro che sa di infantile ma che è anche così concreta e necessaria da suscitare commozione autentica. Quella commozione che viene dal vedere la propria interiorità esibita e palesata da un’altra persona. Hopkins riesce (di nuovo) nell’impresa delle interpretazioni migliori: riesce a dare ad ogni spettatore l’impressione di stare parlando solo a lui.