The Protégé, la recensione
Nella più scontata delle trame The Protege non riesce a trovare mai un film decente, anche se al timone c'è Martin Campbell
Un assassino a pagamento durante una missione trova e salva una bambina vietnamita che negli anni addestra a diventare una killer implacabile. Yawn! Da adulta lei lavora con lui, ormai anziano, fino a che qualcuno non decide di farlo fuori in un misterioso attentato e non le rimane che mettersi alla caccia dei responsabili. Yaaaaawn!
Nondimeno The Protégé è stato girato, il che significa che Maggie Q e Samuel L. Jackson hanno recitato uno dei più risibili rapporti mentore/allieva e, da un certo punto in poi, addirittura Michael Keaton è stato preso in una di quelle situazioni in cui i paradossi e l’implausibilità sì gonfiano di minuto in minuto. E l’ha dovuta recitare! Amante e combattente di 70 anni che picchia alla pari una killer di 40 anni, non sapendo se baciarla o spararla, arguto senza un vero perché, cattivo ma buono ma cattivo. Che fatica!
E poco ci può fare Martin Campbell se non mettersi lì e utilizzare la sua maestria per dare ritmo e decenza a tutto questo. L’azione è infatti buona, eccezionale addirittura quando si tratta di mettere in armonia Michael Keaton e la sua controfigura come fossero la stessa persona, ma The Protégé è il genere di film che richiede una volontà di ferro da parte degli spettatori per immergersi nelle sue assurdità e che, anche volendo farlo, poi non regala tanta soddisfazione. La parabola va a terminare in luoghi non più interessanti o sorprendenti di quelli in cui è cominciata e l’ambientazione (a tratti) vietnamita non è mai usata.