The Secret - Le verità nascoste, la recensione
Ricalcato su La morte e la fanciulla di Polanski, The Secret cambia tutto ma non tiene l'idea cruciale, scombinando ogni senso e perdendo il fascino
Ci sono i remake, ci sono i reboot, ci sono i re-imagining e i film solo ispirati ad altri.
Il titolo italiano riprende quello (sempre italiano) di un thriller di Robert Zemeckis ma ad essere rifatto è un film di Roman Polanski, stupendo (quello sì), intitolato La morte e la fanciulla. Lo scheletro di quel film, ripreso in questo, è quello di una coppia che entra in contatto con un uomo: lei riconosce in lui il suo torturatore, la persona che l’ha violentata e massacrata anni addietro, lo cattura e lo lega, vuole vendetta; lui nega come può e più che può, nega fino alla morte e cerca di dimostrare a parole di non essere quella persona; il marito non sa a chi credere. Era, quello di Polanski, un film sulla colpa, sui limiti (esistenti o meno) della giustizia privata, sul rimorso e sulla violenza della vendetta delle vittime (uno dei molti fatti dal regista dopo la fuga dall’America). Questo invece non è chiaro su cosa sia davvero. È chiaro solo cosa voglia affermare.
Non più l’Argentina e l’eredità dei desaparecidos, ma l’America e l’eredità del nazismo. La donna è zingara, l’uomo è accusato di essere stato un soldato nazista. The Secret è un film grande, lungo e largo, con molto più contesto sia prima che dopo, nessuna unità di luogo e tanti personaggi, non solo i tre protagonisti. Invece che puntare sul rigore e interpretazioni mostruose che non necessitano di altro per creare tensione, adotta mille svolte di trama e momenti d’azione per dare brivido. Si aiuta come può e ha sempre timore di non farcela. Al suo cuore vuole enfatizzare lo statuto di “vittima a cui nessuno crede” della protagonista, portando quindi il pubblico lungo il film ancora di più a non credere alla donna e credere all’uomo.
In questo modo anche il twist finale perde di significato, o meglio ne acquista un altro molto più moralista e meno morale. Ma del resto è una scelta che fa il paio con i dialoghi aggiunti che spiegano tutto, con i personaggi accessori che rinforzano certe impressioni e esplicitano ciò che invece rimaneva sospeso. Addirittura l’uomo la cui vita è scrutinata per scoprirne l’identità ha qui una backstory, levando quel mistero insondabile che lo rendeva un contenitore vuoto, un agnello sacrificabile (forse).
A compensare allora dovrebbero essere le interpretazioni, gli attori dovrebbero introdurre ambiguità.
Dovrebbero….