Thor: the dark world, la recensione
Con un passo in avanti clamoroso rispetto al primo film, Thor colma la distanza che separava il suo film da quelli degli altri colleghi vendicatori con un sequel divertente, leggero e appassionante...
Possiamo finalmente dire che The Avengers di Joss Whedon non è passato invano.
Il risultato è un film che, pur non essendo dotato del perfetto bilanciamento di tutte le componenti di Avengers (gli manca la capacità di rendere addirittura plausibili i momenti sentimentali), è contaminato da un sano umorismo unito a una voglia autoironica di non prendersi sul serio e al tempo stesso massimizzare l'idea di "intrattenimento" inteso come tutto ciò che diverte (botte, botti, bravate, battute e batticuore).
Un volta tanto si può dire senza paura di esagerare che la Marvel ha prodotto un vero cinefumetto, un film cioè che cerca nelle pieghe dell'audiovisivo la leggerezza e la capacità di appassionare ad eventi fantastici sulla base di sollecitazioni epidermiche e meccanismi eterni (fratelli in lotta, morti improvvise, tradimenti, agnizioni, svelamenti, inganni, salvataggi all'ultimo minuto e tutto il repertorio classico dell'avventura).
Senza invadere il territorio di Iron Man, che tra tutte le "linee verticali" del grande universo che la Marvel sta componendo anche al cinema è quella più votata alla risata ma sempre attraverso un personaggio solo e il suo carisma, Thor guadagna il suo posto al sole senza puntare su un personaggio comico (come era già nel primo quello di Kat Dennings) ma lasciando esplodere di tanto in tanto della comicità con personaggi e in situazioni imprevedibili.
Perchè se c'è qualcosa che Avengers ha insegnato a questa generazione (e prima di Whedon già Spielberg l'aveva mostrato) è che proprio nel momento in cui meno è attesa la comicità suona più liberatoria.