Ti stimo fratello, la recensione
Un non-film che, quando non ripete tutto il repertorio televisivo del protagonista, utilizza senza abilità le solite gag di repertorio sfrutttate da qualunque comico...
Quello che è lecito aspettarsi da un film che porta al cinema un personaggio di successo della comicità televisiva è divertimento, poche pretese e un po' di originalità che giustifichi il passaggio al grande schermo.
E' così quindi anche per Ti stimo fratello che, quando non ripete le frasi ad effetto o le gag televisive, sfrutta meccanismi abusati e già parte del repertorio comico dei clown del circo.
Alla base di tutto il meccanismo (umoristico e narrativo) c'è il continuo scambio di persona tra Giovanni e Johnny, fratelli gemelli ma molto diversi di carattere. Uno molto preciso, l'altro molto cretino. Uno sistemato a Milano, l'altro mandato lì dal padre (finanziere) per sostenere l'esame di ingresso in finanza e, di fatto, affidato al fratello. Johnny chiaramente finirà col mandare all'aria l'esame ma salvare prodigiosamente lo studio pubblicitario dove lavora Giovanni, presentando un'idea idiota che subito piace ad un cliente afroamericano sempre vestito come Woody Strode in La mala ordina. L'originale idea dell'inversione di ruoli viene quindi usata nella vita privata, nella vita sentimentale, sul lavoro e infine in questura.
Fa così, alla fine, sorridere (involontariamente) come ad un certo punto del film si ironizzi su due robusti e poco attraenti proprietari di tavola calda che vanno alle selezioni del Grande Fratello, alludendo al reality come a una delle tante bassezze che caratterizzano i comprimari del film (c'è chi ruba, chi corrompe, chi evade...). Fa ridere involontariamente perchè poi si pensa invece a quale sia la provenienza del protagonista, e quindi il pulpito da cui parla...