Troppo azzurro, la recensione
Vorrebbe essere un tipo diverso di commedia sentimentale Troppo azzurro, fondata su un protagonista e il suo mondo che però sono fastidiosi
La recensione di Troppo azzurro, il film d'esordio di Filippo Barbagallo, in sala dal 7 maggio
Nella storia il protagonista (Dario) rimane a Roma d’estate mentre i genitori partono per la casa di villeggiatura (come molti protagonisti di film italiani è altoborghese e anche per questo stona tantissimo Valerio Mastandrea come padre) Dario dopo un piccolo incidente conosce in ospedale una ragazza e rapidamente finiscono insieme (lo stesso inizio di La sposa turca, con esiti completamente diversi). Stanno per partire per una vacanza insieme ma Dario si tira indietro. Rimasto a Roma conosce un’altra ragazza, una che gli era sempre piaciuta, con la quale si manifesta la medesima insicurezza e reticenza a superare lo stadio di ragazzo e passare a quello di uomo. Le due storie d’amore confliggeranno con esiti di commedia che tuttavia non diventa mai davvero di commedia.
Questo è il primo problema del film: è una commedia senza nessun tipo di leggerezza e umorismo veri, senza nemmeno il piacere della lettura frizzante di schermaglie sentimentali. Il secondo invece è tutto nel personaggio protagonista, che poi è l’asse su cui gira la storia. Dario per sua natura è un protagonista che cammina sul sottile crinale tra tenerezza e inadeguatezza, Barbagallo però non lo sa dosare e scrivere, quindi sembra solo fastidioso e cretino. È impossibile empatizzare con lui perché non ne comprendiamo a pieno i conflitti (li intuiamo, quello sì, ma comprenderli intimamente è un’altra cosa). E, come detto non sono nemmeno divertenti. È un personaggio arroccato, snob e vittimista. Se fosse un antieroe, qualcuno da cui prendere le distanze, sarebbe perfetto. Ma non è così.