Un Giorno di Pioggia a New York, la recensione
Ancora pieno di cose da dire e soluzioni da sperimentare, Woody Allen con Un giorno di pioggia a New York segna un nuovo apice nel rapporto tra personaggio e paesaggio
UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK, DI WOODY ALLEN: LA RECENSIONE
C’è una commedia anni ‘30 che si può scorgere in controluce guardando Un Giorno di Pioggia a New York, una di quelle in cui il protagonista è James Stewart o Cary Grant e accanto a lui, a bacchettarlo e dargli pan per focaccia ma infine a baciarlo, c’è Katherine Hepburn.
Accadrà infatti che, nonostante i piani, i due non riusciranno a stare insieme e vivranno così due avventure parallele. Lei (Elle Fanning) sarà presa in una storia tipo Lo Sceicco Bianco in cui entra in contatto con i suoi miti e il dorato mondo dello spettacolo che nasconde piccolezze, stupidità, infantilismi e nulla di quelle aspirazioni o quelle astrazioni che lei sognava. Addirittura, benché Woody Allen non possa certo saperlo, lei finirà a trovarsi in una scena da film dei Vanzina, fatta di mogli che rientrano all’improvviso e amanti in mutande nascoste goffamente e in fretta. Lui (Timothée Chalamet) cercherà invece per tutto il tempo di incontrarla, imbattendosi però nella sorella di una vecchia fiamma (Selena Gomez), molto più newyorchese della fidanzata, più spregiudicata e intellettualmente affilata.
Ci sono insomma le due mitologie di New York, quella della città di artisti che finisce male, e quella preferita di Allen, delle grandi case e delle grandi famiglie, le escort per bene e il terreno fertile per la soddisfazione intellettuale. C’è una parte che innalza e una che abbassa, insieme fanno il misto di questa città in cui tutto può cambiare da un momento all’altro a seconda che arrivi la pioggia o no. Basta uno scroscione per fomentare un bacio, basta un cambio di luce per cambiare una scena (una soluzione che già Storaro e Allen avevano iniziato a sperimentare in La Ruota Delle Meraviglie e Cafè Society).
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