Unfriended, la recensione
Classico nello svolgimento ma sperimentale nella messa in scena Unfriended è un horror appassionato più di conversazioni che di paura
Cinque amici si sentono una notte via Skype, è l’anniversario del suicidio di una loro compagna di classe. La causa di tale suicidio è stata l’insostenibile umiliazione di un video che la riguardava diffuso online da qualcuno. Nella conversazione si inserisce un utente sconosciuto, sostiene di essere Blaire, la ragazza morta, e pare essere in grado di agire sui loro computer. Il suo intento è ucciderli uno ad uno ma non prima di avergli fatto confessare come abbiano contribuito con inganni, angheria e soprusi al suo suicidio.
Il territorio che invece Unfriended sperimenta per primo è quello di costruire un film di parola tenendo quasi sempre inquadrati tutti i protagonisti, di lavorare in maniera teatrale meglio di qualsiasi messa in scena canonica. Ancora di più sperimenta l’ambientazione virtuale molto diversa da quella ricchissima che conosciamo (Avatar, Beowulf…), un luogo a costo zero che contiene dentro di sé tanti luoghi diversi. Mentre ogni ragazzo sta in una stanza reale e questo diventa importante al momento della morte, tutto è unito in uno schermo-metafora (la “scrivania” del computer) capace di affiancare tutto, reale e virtuale o virtuale e virtuale, capace di moltiplicare l’immagine diversamente da qualsiasi splitscreen, con molte più potenzialità espressive (c’è uno dei personaggi a gestire le finestre a scegliere cosa aprire e cosa bloccare).
In maniera non diversa dal found footage movie che simula il fatto che uno dei personaggi è colui che gira la storia che guardiamo quindi vediamo tutto attraverso il suo sguardo, lo screencasting simula che sia un personaggio a gestire tempi e racconto.