Velvet Buzzsaw, la recensione
Con un impianto teorico impeccabile ma pochissima capacità di svilupparlo, Velvet Buzzsaw è il gemello di Lo Sciacallo - Nightcrawler
L’ossessione non è più filmare e fare soldi riprendendo la morte, ma commerciare arte e in particolare un set di opere strane, trovate per caso, calamitanti per chiunque le guardi e, lo scopriamo verso metà film, mortali. Galleristi, critici d’arte, pittori in erba entrano nell’orbita di questi quadri senza uscirne. Il mondo dell’arte è pura imprenditoria ma queste opere sembrano sconvolgere tutti. Come in Lo Sciacallo - Nightcrawler quando certe immagini attraversano la nostra retina non siamo più gli stessi.
L’impianto teorico è insomma molto chiaro, ma il film è molto meno godibile di quel che potrebbe lasciar pensare la prima metà in cui una la gran cura di Gilroy introduce un film che non ingrana mai, come del resto Nightcrawler, perfetti in teoria, vuoti nella pratica.
Velvet Buzzsaw incarna infatti esattamente il tipo di produzione che con sempre maggiore difficoltà trova la strada per le sale e che invece fa la felicità di piattaforme come Netflix (che nel caso specifico la distribuisce) perché né sufficientemente d’autore né sufficientemente commerciale, quella via di mezzo che una volta era l’oggetto del desiderio del boxoffice e degli Oscar (qualche star, una trama accattivante, un tema di cui discutere, uno svolgimento imprevedibile che divide) e oggi invece diventa tv di qualità. Peccato che ne sia un esempio molto lontano dall’essere memorabile.