Venezia 75 - At Eternity's Gate, la recensione
Julian Schnabel ha presentato a Venezia il suo At Eternity's Gate, misurato racconto degli ultimi mesi di vita di Vincent Van Gogh
A Schnabel non sembra interessare alcuno stravolgimento estetico o narrativo; la regia si concede sparuti stratagemmi - inquadrature sbollate, soggettive parzialmente sfocate come uno sguardo invaso dalle lacrime, colori saturi e filtri talvolta irrealistici - e affida il racconto del tramonto esistenziale di Van Gogh a lunghe riflessioni desunte dalle lettere e dai diari dell'artista, che riflette sull'essenza dell'arte, della natura, di Dio e del proprio ruolo nel mondo; il linguaggio visivo è semplice, come semplice è la sceneggiatura che, in accordo con quanto detto da Madame Ginoux (Emmanuelle Seigner), è priva di ambiguità misteriose.
Non mancano allusioni cristologiche, culminanti in un dialogo tra l'artista e un sacerdote (Mads Mikkelsen) in cui il pittore, senz'ombra d'arroganza, ribatte al disprezzo del prete asserendo che forse il raccolto della sua semina artistica non avverrà in questo secolo, e che anche Gesù morì in uno stato di relativo anonimato. Come Cristo, anche Vincent viene fustigato - metaforicamente e non - dalla folla sorda alla sua voce, incapace di vedere nei suoi eccessi cromatici il segno della sua incontenibile brama di vivere (per citare l'illustre precedente cinematografico con Kirk Douglas).
Sorprende la capacità del sessantatreenne Dafoe di dar corpo a Vincent superando il gap anagrafico (il pittore aveva 37 anni al momento della morte), impregnando la propria interpretazione di un candore giovanile - mai giovanilistico - che tocca il suo vertice nella scena in cui condivide il letto dell'ospedale psichiatrico con Theo, accartocciandosi tra le braccia del fratello come un bimbo impaurito in cerca di conforto. Merita il nostro plauso anche la misurata prova di Rupert Friend, angelo custode di un'anima tormentata e, parallelamente, suo più indefesso sostenitore di fronte agli attacchi della critica impressionista, famiglia terribile che nega ogni calore umano e artistico a Vincent.
Ciò che salva At Eternity's Gate dal rischio dell'inconsistenza risiede tutto nella palpabile devozione di Schnabel nei confronti di un gigantesco collega (il regista è pittore egli stesso). Ne risulta un omaggio forse non totalmente esaustivo, ma intriso di reverenzialità e permeato di un toccante rispetto verso un uomo e un artista a cui troppo spesso, in vita, è stata negata la dignità.