Wolf Creek 2, la recensione
Con un gusto spiccato per l'efferatezza mai mitigato nè dal piacere epidermico, nè da un'idea più profonda, Wolf Creek 2 è solo una spremuta di sangue
Efferato come l'eredità del primo gli impone, il sequel ripropone l'idea di raccontare quel che non si sa a partire da eventi reali. Le reali sparizioni all'interno del grande paese australiano, esseri umani mai ritrovati oppure ritornati in condizioni precarie sia fisiche che mentali. Spesso c'era un noto serial killer (fatto da cui parte il film precedente) stavolta invece l'origine della follia del protagonista non è data ma il film ci ricama unendo arbitrariamente questi fatti a quelli del precedente.
L'aria della pretestuosità è insomma molto forte.
Greg McLean però non ha intenzione di muoversi su quel delicato crinale tra mostruosità degli assassini e condanna di una società che li ha creati mettendoli ai margini, considerandoli i propri rifiuti, non fa etnografia di paura a lui interessa più essere come Eli Roth, appassionato della carneficina e creativo del gore. È questo il limite principale di Wolf Creek 2: perdere ogni spunto interno alla sua epopea rurale di violenza e squartamento.
A fronte di tutto questo infatti il film non è nemmeno dotato di un gusto epidermico per la tensione e l'aberrazione che possa compensare. Superficiale per superficiale non ha nemmeno le qualità di immediatezza e appeal per bastare a se stesso.