Wonder, la recensione
Fermamente determinato a comuovere, Wonder riesce bene a farlo ma trasformando per la prima volta la formazione individuale in un'incredibile sforzo collettivo
Wonder è un piccolo all star game della lacrima. C’è il bambino-attore di maggiore talento in circolazione (Jacob Tremblay), mascherato e truccato fino a essere irriconoscibile, c’è un regista specializzato nella tenerezza e nelle storie di ragazzi (Stephen Chbosky di Noi Siamo Infinito) e uno sceneggiatore dalla mano pesante quando si tratta di far piangere con i sentimenti positivi (Steve Conrad, già responsabile di La Ricerca Della Felicità e I Sogni Segreti di Walter Mitty) che adatta un libro di successo il quale a sua volta racconta una storia vera.
Eppure Wonder rimane soprattutto un film di attori, nello specifico un film di Owen Wilson e Julia Roberts, i genitori di Auggie. I due giocano di sponda, lavorano ai fianchi lo spettatore e nel raccontare del figlio mettono in realtà in scena i loro di sentimenti. Il senso di esclusione e del desiderio di integrazione di Auggie infatti non espresso dalle sue peripezie ma dalle azioni e reazioni dei genitori rispetto ad esso. E per fortuna!
Le storia di formazione sono tradizionalmente individualiste, raccontano di come proprio per essere entrato in una foresta ed esserne uscito malconcio ma migliore solo con le mie forze io sia diventato qualcos’altro. Wonder supera quest’impostazione moltiplicando i calvari (oltre a quello del protagonista c’è quello della madre, del padre e della sorella, tutti orbitanti intorno a lui), e giunge al medesimo bieco obiettivo drammaturgico dei lacrima movie italiani degli anni ‘70 con Renato Cestiè, ma con un afflato e un senso della soddisfazione decisamente superiori.
In questo lavoro sembra trionfare silenziosamente Owen Wilson, attore completo e sempre più a suo agio nei piccoli film intimi. Sta ai margini ma non in vacanza, mai fuori posto, fa l’uso migliore del poco minutaggio a sua disposizione, non ha diritto nemmeno a una scena importante o cruciale, eppure è lui a creare il senso di famiglia, comunità e affetto che regge il film. Diventato noto per l’attitudine alla commedia, si rivela sempre più perfetto in storie personali da uomo ordinario, come questa o Io e Marley (dove grazie a lui un film “di cane” diventava anche in un film di uomini).