Zamora, la recensione
Dentro Zamore c'è una storia sentimentale di provincia, ma anche una di qualcuno rimasto indietro, ma anche una mentore allievo e tutto giusto
La recensione di Zamora, il primo film da regista di Neri Marcorè, in uscita al cinema il 4 aprile
Questa è una storia sostanzialmente di romanticismo da sconfitti in provincia, in cui nessuno è veramente bello (anzi, c’è un bel lavoro sull’ordinaria bruttezza) e nessuno è veramente attraente, eppure (o forse proprio per quello) sentiamo bene il sentimento che questo ragazzo assunto in un’azienda della grande città prova non solo nel sentirsi sradicato da una realtà in cui era a suo agio, messo alla prova da una nuova vita in città, ma anche attratto da una signorina in ufficio. Ci sono tantissime spinte ben equilibrate in questo protagonista (andrebbe aggiunto anche il fatto di essere indietro rispetto al suo tempo, non al passo delle nuove relazioni uomo/donna). L’attrazione, soffusa dalle buone maniere anni ‘60 e dal formalismo aziendale, si avverte.
Però il film è un altro ancora, è la storia di come questo ragazzo che pare l’unico a non sapere niente di calcio, incattivito per una delusione amorosa e spinto dal direttore, decida di diventare portiere e anche bravo, per farla pagare a tutti. Così si fa dare lezioni da un grande portiere caduto in disgrazia per pochi soldi. Sia il mentore che l’allievo usciranno migliorati da questo rapporto.. C’è insomma in realtà un film dalla struttura americana chiuso dentro uno di Pupi Avati, un film sportivo mentore-allievo, in cui migliorare la vita attraverso il miglioramento atletico. Che sorpresa!