Zootropolis 2, la recensione: l'action movie pensato per i fan dell'animazione
Zootropolis 2 costruisce un noir per famiglie che omaggia “Chinatown” e supera molti blockbuster per inventiva. Azione brillante, trovate comiche e temi attuali: il sequel Disney convince, pur con qualche facilità di troppo.
È curioso che due tra i migliori film di azione dell’anno siano due film d’animazione, ovvero Troppo cattivi 2 e Zootropolis 2; così com’è curioso che uno non esisterebbe senza l’altro, perché se è vero il primo non esisterebbe senza il secondo, che nel 2016 col primo capitolo ha aperto la strada a un’idea di cinema action, poliziesco e thriller per bambini, è anche vero che questo seguito prende in prestito parecchio dal sequel del film Dreamworks, come a ricambiare il debito: la sequenza dell’irruzione in incongnito alla festa, il cattivo del primo film che appare come Hannibal Lecter, una citazione di un film adulto (qui è Shining), la definizione dei personaggi a seconda delle caratteristiche zoologiche in confronto con quelle psicologiche.
Senza però addentrarsi troppo nel gioco di prestiti e citazioni, quello che salta agli occhi è proprio come due film pensati per un pubblico infantile lavorino sugli elementi fondamentali del cinema spericolato di inseguimenti, sparatorie, combattimenti eccetera, superando per inventiva (e potendo contare sul vantaggio di avere animatori al posto degli stuntman) il coevo cinema americano.La strana coppia
Scritto dallo sceneggiatore del primo episodio, Jared Bush (che qui cura anche la regia con Byron Howard), il film si svolge pochi giorni dopo la fine del primo Zootropolis, e vede la neo-coppia di poliziotti Judy e Nick alle prese coi loro primi casi in duo e i loro primi disastri, tanto che il capo li manda in terapia. In realtà, piuttosto che dimostrare di essere civili e compatibili, il duo viene coinvolto in una serie di atti criminali perpetrati dal serpente Gary che potrebbero destabilizzare la cittadina di Zootropolis, la sua natura e le sue tradizioni, rivelando una verità nascosta.
La base di partenza è, anche più che nel prototipo, Chinatown, il film di Roman Polanski del 1974 che è considerato uno dei più grandi noir di sempre e la più grande sceneggiatura hollywoodiana, un’opera che lungo 50 anni è diventato un archetipo nel racconto della città e nella costruzione della mitologia urbana degli USA: anche in Zootropolis 2 al centro del mistero c’è la nascita di una comunità, la struttura architettonica e urbanistica di una metropoli, le lotte di potere che schiacciano i più deboli (il cattivo stesso deriva da quello del classico) e confluiscono nella morale della serie, ovvero quella di rifiutare le etichette, rigettare gli stereotipi basati sull’appartenenza genetica, sulle caratteristiche esteriori o sui miti ancestrali.Ribaltare le prospettive
Per esempio, suona tanto inusuale, quanto specchio dei tempi, la riabilitazione della figura del “podcaster complottista”, spesso legata ad ambienti discutibili ed estremisti, che qui invece diventa aiutante fondamentale per la risoluzione del caso. Inoltre, lo script ne approfitta per battere un chiodo che a casa Disney preme molto, ovvero l’accettazione familiare, il ruolo delle pecore nere dentro le famiglie (Red, Incanto).
Bush e Howard, rispetto ad altre operazioni similari - per esempio, Mufasa o Oceania 2 -, riescono a non far pesare la natura secondaria del film: certo, bisogna riconoscere che la sceneggiatura, punto di forza del primo film, è meno precisa, più convenzionale e “facile”, con un paio di deus ex-machina di troppo, ma i difetti sono compensati dalle trovate comiche, dall’inventiva scenografica e di costruzione dei mondi e, come detto all’inizio, dalla riuscita delle sequenze d’azione. Ovvero tutto ciò che potrà garantire la conferma del successo.