The Americans: la recensione del season finale
La storia dei due agenti sovietici sotto copertura in America è una delle migliori sorprese dell'anno...
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Attenzione però, che qui non siamo di fronte né ad una sorta di revisionismo storico, né al facile tiro al bersaglio sugli americani che vengono fatti passare per i cattivi della situazione. The Americans restituisce ai propri protagonisti la responsabilità delle proprie azioni, ne fa i portavoci di due diverse forme di "male", li inserisce in una spirale di meccanico indebolimento dei rispettivi schieramenti, ma al tempo stesso garantisce loro un ampio margine di scelta, volontà, individualismo. Ecco quindi che spesso l'eliminazione sistematica dell'avversario si fonde con la vendetta e con la rappresaglia. La nostra empatia ai coniugi Jennings non è costruita quindi sulle loro azioni, che spesso anzi sempre sono molto discutibili, ma sulla loro innegabile umanità e sul contrasto tra la loro natura di agenti spietati e padre e madre di famiglia. A proposito del contesto familiare è bene sottolineare la differenza, per tornare a Homeland, tra il più riuscito personaggio della figlia Paige e quello, costantemente sopra le righe, di Dana Brody.
Con un colpo di mano a sorpresa rispetto al pilot, l'evoluzione della storia ha scelto poi di non muoversi sul filo del rasoio della possibile indagine del vicino di casa Beeman, agente FBI, sui coniugi: il confronto tra le due famiglie serviva solo nella prima puntata per presentarle insieme e seguirne poi le vicende familiari mettendone in luce, ancora una volta, similitudini e differenze. Un'ottima ricostruzione storica, delicata nel mostrare senza sottolineare troppo le differenze, un ritmo sempre equilibrato nel suo avanzare coinvolgendo e costruendo una buona tensione ma senza cedere ad esagerazioni, una buona regia e una fotografia dimessa e quasi claustrofobica, efficace nel trasportarci in quelle spy story classiche in cui l'agente, seduto su una panchina di un parco con alle spalle un albero spoglio, si prepara a ricevere informazioni (a questo proposito in Tinker Tailor Soldier Spy di Alfredson nel 2011 si era fatto un lavoro magnifico), una perfetta coppia di protagonisti (Keri Russell e Matthew Rhys, qui chiamati ad interpretare più identità diverse) e un cast generalmente soddisfacente sono le coordinate tecniche di una delle migliori sorprese dell'anno.

