Mad Men 7x08 "Severance": la recensione
Ritorna con gli ultimi episodi Mad Men, la serie creata da Matthew Weiner
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È la continuazione dei bilanci di una vita come si era iniziato a tracciare nella prima parte di stagione, trasmessa circa un anno fa dalla AMC. Non un nuovo inizio, non una nuova vita, solo vecchie prospettive che si scontrano col tempo che passa, che lasciano a terra delusi e amareggiati. Il creatore Matthew Weiner sale in cattedra e scrive un episodio che è un distillato delle tensioni emotive della serie. Un episodio che, salvo alcuni momenti onirici e almeno una svolta inattesa, si attesta sui normali livelli dello show, magari anche un gradino più in basso: che per Mad Men vuole comunque dire meglio del 90% delle serie in onda.
In Waterloo era l'invito di Bert a godersi la vita, perché in fondo "le cose migliori sono gratis", mentre qui è Rachel che lascia una bella famiglia e dei bambini. Il resto è simboli, elementi ricorrenti, un mondo che crolla tra sorrisi di circostanza. La benda sull'occhio di Ken, i baffi di Roger, il passaporto di Peggy e i vestiti di Joan, tutto esprime solitudine e insoddisfazione, la ricerca di una felicità che in realtà passerebbe per cose che gli occhi non possono vedere. Il futuro irraggiungibile è ad un passo, e come nelle migliori storie la scoperta passa per una rivelazione: ridurre tutto alla passione di una vita, come può essere la scrittura, o alle aspirazioni di sempre, viaggiare o essere accettati, e voltare le spalle a tutto questo forse per pigrizia, forse per paura, forse perché ormai l'epoca d'oro è terminata e rimangono solo i rimpianti. Niente famiglia di Don in questa strana première, solo una visione corale della SC&P o di ciò che ne rimane.
Il tutto all'ombra di un omaggio e un saluto a Mike Nichols, posto non alla fine della puntata – come avviene di solito – ma all'inizio, quasi a indirizzarci fin da subito verso la chiave di lettura di un mondo che finisce, di una rivoluzione senza vincitori, filtrata attraverso il volto di tanti piccoli "laureati" insoddisfatti dagli sconvolgimenti sociali della fine degli anni '60. Un passaggio storico che, destati da un sogno, si porta via tutte le promesse di gloria e immortalità e ci lascia con una sola domanda: "Is that all there is?"