The OA (prima stagione): la recensione
La recensione della prima stagione di The OA, la serie di Netflix in otto episodi diretta dall'iraniano Zal Batmanglij e interpretata da Brit Marling
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La premessa della vicenda è quantomai interessante. La raccontiamo brevemente di seguito senza entrare nei particolari, ma dando un quadro generale: la storia è quella di Praire Johnson, scomparsa per molti anni che, all'improvviso e senza spiegazione, torna a casa. Ad aumentare l'incredulità di quanti la riaccolgono nelle loro vite il fatto che al momento della scomparsa la ragazza fosse cieca, mentre al suo ritorno ha riacquistato la vista. Dopo un iniziale momento di sbandamento, in famiglia si cerca faticosamente di ricostruire un equilibrio difficilmente recuperabile. Intanto, Praire avvicina, e viene avvicinata, da una serie di persone che sono rimaste folgorate dalla sua esperienza personale. Qui inizia un racconto per flashback che ci mostra cosa è accaduto.
Non si tratta di un'esperienza da spettatori particolarmente gratificante, non vuole piacere a tutti i costi, non vuole né conquistarci né tenerci stretti. Tanto per rimanere in casa Netflix, se esiste come approccio qualcosa di diametralmente opposto a Stranger Things, è questo. Visivamente e narrativamente ci troviamo di fronte a un racconto freddo e distaccato al pari dei suoi protagonisti, spesso anche volti "non particolarmente televisivi" dalle motivazioni e dal vissuto poco interessanti. Che forse saranno importanti per la trama, o forse no. Difficile capire cosa lo sia realmente in questa serie molto respingente.
Esiste l'idea, che gravita soprattutto intorno alle motivazioni del personaggio interpretato da Jason Isaacs, di una storia e di una mitologia più grandi, che potranno oscillare tra fantascienza e sovrannaturale, ma che si rifiutano di elaborare uno schema coerente. Forse perché l'esperienza individuale e l'impatto emotivo sono più importanti? Magari una lettura metaforica su come ogni esperienza, anche la più terribile, abbia un senso nel grande schema delle cose? In questo The OA rivela la sua anima più indipendente e meno commerciale, che peraltro si sposa perfettamente con il percorso dell'attrice, produttrice e sceneggiatrice maturata all'ombra del Sundance. Ne risulta un progetto respingente e difficile, che spesso, complice anche la lunga durata, si perde nella propria astrattezza, con un ritmo volutamente, ma troppo, basso.