Zach Lipovsky ha diretto Freaks, film presentato in anteprima italiana al Trieste Science+Fiction Festival (qui potete leggere la nostra recensione), in collaborazione con Adam Stein, collega conosciuto in occasione della partecipazione al reality show di Steven Spielberg On The Lot che li ha visti arrivare entrambi nella top 5. La loro amicizia li ha portati fino alla realizzazione del loro primo lungometraggio e Zach ci ha raccontato qualche dettaglio relativo alla realizzazione di questo interessante esordio.

Come avete lavorato alla sceneggiatura e alla regia, visto che molti elementi del film sono al centro di molti altri progetti per il cinema e la tv, ma il risultato finale risulta comunque nuovo e originale?
Ci siamo sicuramente ispirati a molte opere che sono state realizzate in passato e che affrontano il tema delle persone dotate di poteri, ma abbiamo voluto raccontare la storia dal punto di vista di una bambina e affrontare tematiche personali. Si tratta di un film in cui esistono i superpoteri, ma non ci sono supereroi. Volevamo che fosse basato sull’idea di essere genitori e sulla famiglia, e girarlo quasi interamente dalla prospettiva della giovane protagonista per mostrare quale è la sua visione del mondo. Freaks sembra unico proprio grazie alla prospettiva. Non abbiamo girato delle incredibili esplosioni di elicotteri o raggi laser… volevamo che tutto sembrasse davvero realistico per affrontare il tema di quello che accadrebbe davvero se le persone fossero dotate di poteri. Ci siamo chiesti cosa accadrebbe realmente se le persone avessero dei poteri: combatterebbero il crimine? Probabilmente no, uscirebbero come tutti a fare la spesa, continuerebbero a fare cose normali. Un altro aspetto che penso renda unico il film è il fatto che nessuno dei personaggi è davvero buono o cattivo. C’è un’area grigia nella loro personalità, come in tutti. Fanno scelte giuste, compiono errori. Ognuno di loro è in misura uguale buono e cattivo. Spesso nei film di supereroi ci sono delle distinzioni nette ed è qualcosa legato allo stile dei fumetti. Noi volevamo essere sicuri che alle volte si amino i personaggi e altre invece ci si ritrovi a odiarli. Ogni personaggio cambia in questa prospettiva e questo dà vita a un’esperienza davvero divertente: odi alcuni personaggi poi impari ad amarli, poi odi i personaggi che amavi…

Come siete riusciti a coinvolgere Bruce Dern?
Averlo nel cast è stato davvero qualcosa di speciale perché non girava film di fantascienza dai tempi di Silent Running. Il motivo per cui ha accettato è legato al fatto che è alla ricerca di ruoli che abbiano una forte voce, siano davvero realistici e cerca l’intensità nei personaggi, nelle tematiche. Molti progetti di fantascienza non riescono a offrire questa opportunità. Bruce ha trovato davvero un legame con la sceneggiatura fin dal primo momento grazie all’idea che il personaggio cerchi di salvare sua figlia: è un elemento a cui si sente particolarmente legato perché ha una figlia, Laura, e ne aveva un’altra che è morta quando era molto piccola. È un’esperienza che lo fa soffrire molto, a distanza di sessanta anni è qualcosa che lo fa piangere ancora ripensandoci.

Vi ha dato suggerimenti o consigli sul personaggio o ha seguito totalmente la sceneggiatura?
Nei confronti della storia era particolarmente entusiasta. Ha capito immediatamente il personaggio ed era eccitato all’idea di interpretare il ruolo, era entusiasta all’idea di essere Mr. Snowcone! Ama i personaggi che sono un po’ folli, contorti e non i buoni della situazione. Ama la stranezza ed era felice di recitare nel film.

Come avete lavorato con Lexy Kolker? Il suo è un personaggio dal carattere forte e che vive un’importante evoluzione, è stata necessaria una preparazione prima di arrivare sul set?
Abbiamo lavorato molto per legare ogni elemento alla vita reale e penso che l’approccio migliore con gli attori, in particolare con i più giovani, sia proprio individuare delle emozioni reali da usare per la finzione. Trovavamo qualcosa a prescindere dal tipo di scena che dovevamo girare: se dovevamo realizzare una discussione con il padre perché il personaggio vuole un gelato le chiedevamo ‘Quale è stata l’ultima volta che hai litigato con tuo papà? Per quale motivo?’. E poi provavamo un po’ la scena, facendo ricordare le sensazioni provate nella vita reale improvvisando una scena. Le vere emozioni emergevano e poi cambiavamo gli elementi reali con quelli al centro del film. L’abbiamo scelta perché per lei era davvero facile creare questa connessione tra le due dimensioni, le era semplice inserire la propria voce nel personaggio. Abbiamo improvvisato molto, girato delle sequenze molto lunghe di 4-5 minuti, ripetendo in loop alcuni passaggi. Abbiamo illuminato il set in modo da poter girare in ogni direzione e far sembrare gli spazi reali, ottenendo così delle performance altrettanto oneste da parte del cast.

La storia raccontata nel film ha una portata piuttosto ampia, ma gli eventi si svolgono prevalentemente in uno spazio ridotto e in pochi altri luoghi, come avete lavorato su questo elemento durante le riprese e nella fase di montaggio?
Non abbiamo costruito niente: era una vera casa. Tutte le mura sono vere e persino il ripostiglio c’era già. All’inizio del film la protagonista ha trascorso nella casa sette anni, tutta la sua vita, quindi abbiamo lavorato molto e abbiamo riflettuto su quello che avrebbe dovuto significare dal punto di vista artistico. Volevamo che ci fossero delle cose che risalgono a quando aveva due anni sotto quelle di quando ne aveva quattro, e poi altri elementi legati al presente, ora che ne ha sette. Per questo motivo ci sono quasi degli strati nella disposizione degli oggetti e lo stesso abbiamo fatto con i disegni: se li si guarda con attenzione quelli che sono nella parte bassa del muro sono davvero elementari, con uno stile tipico dei bambini piccoli, e poi più sono in alto più sono complessi. È uno dei modi in cui abbiamo cercato di far capire che ha trascorso lì dentro molto tempo, è cresciuta in quegli spazi. Volevamo creare un ambiente che trasmettesse la sensazione del tempo che scorre e allo stesso tempo spingere a chiedersi cosa sta accadendo realmente, visto che all’inizio del film non si capisce ciò che sta succedendo all’esterno della casa e all’interno non ci sono molti dettagli.

E per quanto riguarda la fotografia? Nel film è molto bello il contrasto visivo non appena Chloe esce all’esterno rispetto alle sequenze iniziali…
La fotografia è unica per molti aspetti perché volevamo girare il film dalla sua prospettiva, quindi ogni inquadratura è ideata in base all’altezza del suo sguardo ed è per questo che gli adulti o i tavoli sono ripresi in un certo modo. Abbiamo cercato esattamente di seguire anche con la fotografia il suo punto di vista per quanto riguarda il campo visivo o le inquadrature ravvicinate degli oggetti che sta guardando, in modo da mettere gli spettatori in un certo senso all’interno dei suoi occhi e rendere evidente che questo è il suo mondo. Quando esce dalla casa, invece, è un mondo di cui non ha mai avuto alcuna esperienza in precedenza e volevamo che suscitasse la sensazione che fosse qualcosa di diverso, sconosciuto, molto brillante… alle volte è talmente luminoso che non si può nemmeno vedere perché accadrebbe proprio quello, avendo trascorso tutta la sua vita in uno spazio chiuso il sole sarebbe brillante al punto da quasi accecare e gli edifici sarebbero spaventosi…

Durante la visione del film il pubblico ha reagito qui a Trieste in modo molto partecipe, applaudendo in alcune sequenze… è stato qualcosa che ti aspettavi?
È un film divertente perché cambia genere nel corso della storia: inizia quasi come un horror e poi si modifica nuovamente, arrivando a essere un thriller. Ci sono però anche alcuni momenti comici dove la storia diventa molto divertente. È tutto legato all’esperienza di Chloe e al fatto che stia cambiando. Ogni volta che c’è una proiezione con il pubblico nessuno ride o applaude durante la prima metà del film perché l’atmosfera è così paurosa, intensa. Non appena le persone iniziano realmente a capire cosa sta accadendo cominciano a divertirsi con l’idea, liberandosi della tensione. È interessante inoltre che ogni pubblico dei festival, svolgendosi in nazioni diverse, ha reagito in modo diverso e in momenti differenti. Essendo un filmmaker è una situazione divertente da osservare.

Qui in Italia cosa è stato diverso rispetto ad altre nazioni?
Senza rivelare molto, ma uno dei personaggi muore e tutto il pubblico ha iniziato ad applaudire. Non era mai accaduto prima, ed è stato entusiasmante.

Il finale è piuttosto dark e avvengono molte morti, è sempre stato così o avevate valutato anche degli epiloghi alternativi?
È sempre stato così perché volevamo che il film mostrasse il ciclo della violenza: se si trattano le persone come mostrato nel film allora diventano in un certo modo, non avendo scelta e dovendo sopravvivere. Volevamo porre agli spettatori delle domande: “Cosa sareste disposti a fare pur di sopravvivere? Cosa fareste per proteggere vostra figlia o la vostra famiglia? Fino a che punto vi spingereste? Uccidereste delle persone? Se non lo fate probabilmente loro ucciderebbero voi…”. Al centro della storia c’è una ragazzina e immediatamente si spera che riesca a sopravvivere e stia bene, anche se volesse dire dover uccidere delle persone. Molti dei personaggi, all’inizio della storia, sembrano negativi e poi diventano buoni. Lei invece all’inizio è completamente buona e alla fine del film volevamo che le persone si chiedessero per chi avevano fatto il tifo, se era giusto arrivare in quella situazione considerando le possibili implicazioni nel futuro di quel mondo. Nonostante le si voglia bene ci si preoccupa inoltre per quello che accadrà e proprio per questo volevamo creare un finale un po’ contorto e dark, complicato proprio come accade nella vita reale dove non c’è il bene o il male, solo delle persone che agiscono per restare vive.

Nel film ci sono molti personaggi ed elementi che fanno capire quanto sia ampio il mondo ideato per lo schermo, avete pensato di espanderlo utilizzando altre piattaforme o modalità narrative?
Nell’ultimo mese abbiamo iniziato a lavorare a una serie televisiva e siamo solamente nelle prime fasi del progetto, stiamo scrivendolo, tuttavia abbiamo avuto degli incontri e le persone hanno davvero amato il film. Vedendolo si capisce proprio che è un mondo molto grande, anche se la storia in sé è limitata. Sembra che sia parte di qualcosa di più grande e quindi abbiamo iniziato a scrivere uno show per il piccolo schermo che racconti cosa accade ai protagonisti dopo quanto accaduto nel lungometraggio e introduca nuovi personaggi, nuove famiglie, nuove prospettive sugli stessi problemi. Non sappiamo se verrà mai realizzato.

Dal punto di vista di un regista esordiente, anche se in un certo senso conosci il settore fin da bambino, cosa ne pensi delle nuove opportunità date dall’evoluzione delle piattaforme di streaming e dei cambiamenti in corso nel mondo del cinema?
Sì, ho iniziato proprio quando ero molto piccolo come attore! Ed è entusiasmante che ora ci siano così tanti posti nuovi e modi inediti per raccontare delle storie. Credo sia eccitante che Netflix e gli altri servizi di streaming siano disposti a raccontare storie molto più di nicchia e specifiche perché, a differenza di un network tradizionale che deve trasmettere progetti che tutti possano amare, loro permettono agli utenti di scegliere cosa guardare e questo dà la possibilità di creare qualcosa di maggiormente specifico e in grado di avere una voce più forte. Nonostante queste realtà rimane comunque davvero difficile riuscire a produrre i film o le serie. Noi siamo riusciti a realizzare Freaks dopo molti progetti irrealizzati a causa di budget troppo elevati, è difficile che qualcuno sia disposto a finanziarti. Quando abbiamo scritto la sceneggiatura di questo film abbiamo avuto come fonte di ispirazione un discorso pronunciato da Mark Duplass durante il South by Southwest in cui ha dichiarato: “Fate un film con qualsiasi cosa abbiate a disposizione, non scrivete un film che non potete realizzare. Scrivete i film che potete girare. Se avete una casa ambientate il film nella casa’. Noi avevamo una casa, Adam aveva un figlio e la sua famiglia aveva un ristorante, quindi abbiamo scritto un film che si svolgeva in una casa e in un ristorante e raccontava la storia di un personaggio molto giovane. All’inizio io e Adam avremmo dovuto recitare nel film: lui avrebbe avuto il ruolo del padre e io sarei stato uno zio. Mentre stavamo scrivendo la sceneggiatura abbiamo detto ‘A prescindere da tutto gireremo questo film e se otterremo dei soldi sarà perché credono nel film’. Il problema con i film è che non riesci a ottenere dei finanziamenti se non ottieni il sostegno di alcuni attori ed è una rete complicata da gestire. Mentre il film iniziava a crescere ci siamo assicurati di accettare solo i soldi che ci permettessero di realizzare il film a prescindere dai nomi coinvolti. Per fortuna siamo riusciti ad avere attori importanti e Bruce Dern ha recitato nel ruolo che inizialmente era stato assegnato a me! Dalla prospettiva hollywoodiana Freaks è comunque un film “piccolo” ed è stato perché volevamo mantenere il controllo creativo: più grande è il budget meno controllo hai, visto che le persone temono di più di aver compiuto un investimento sbagliato. Ci sarà sempre la “grande Hollywood” e ci sarà comunque la possibilità di raccontare storie interessanti, Netflix sta dando molta fiducia e lasciando carta bianca ai creatori, e al tempo stesso rimarrà sempre la sensibilità del cinema indipendente che permette di lavorare con budget più limitati. Non penso che il film avrebbe potuto essere così dark con più soldi a disposizione.

Al Science + Fiction Festival tra gli ospiti c’era Douglas Trumbull, che ha diretto Bruce Dern in Silent Running, hai avuto modo di parlare con lui?
Sì, ho potuto cenare insieme a lui. Bruce mi ha parlato moltissimo di Douglas durante le riprese perché il film è molto complicato dal punto di vista visivo e verso l’epilogo accadono molte cose e diventa complesso, creando un po’ di confusione durante la lavorazione per molte persone, in particolare per lui che non stava capendo molto ciò che stava accadendo. Bruce però sapeva che noi eravamo consapevoli e questo dettaglio gli ricordava molto il periodo trascorso lavorando con Trumbull, ci ha raccontato molte storie legate a quell’esperienza. Per questo è stato un vero onore incontrarlo e parlare con lui.

E ha una visione molto forte e precisa del futuro del cinema…
Sì e anche io credo fermamente nell’avanzare della tecnologia e nel cercare di cambiare le idee delle persone. È sempre molto difficile quando si tratta di qualcosa di costoso, tuttavia ho visto un po’ quello su cui sta lavorando e credo che tutti siano d’accordo sul fatto che migliorerebbe l’esperienza cinematografica, se si arriverà a realizzare quello che propone Trumbull è solo legato alla possibilità di convincere le persone che hanno il potere economico di effettuare il cambiamento. Se i soldi non fossero un problema tutti lo farebbero!