Al Trieste Science+Fiction Festival è stato presentato in anteprima italiana il film Solis, diretto da Carl Strathie e con protagonista Steven Ogg (qui la nostra recensione).

Il filmmaker e la produttrice Charlette Kilby ci hanno parlato delle difficoltà pratiche e organizzative nel realizzare il lungometraggio, ambientato in una capsula di salvataggio alla deriva verso il Sole, un progetto che ha messo alla prova tutte le persone coinvolte nella sua realizzazione e il protagonista, ormai conosciuto in tutto il mondo grazie ai ruoli ottenuti in serie come The Walking Dead e Westworld.

Come è nata l’idea di un film ambientato nello spazio e con un approccio così particolare?
Strathie: Nasce in parte dalle esperienze precedenti con i cortometraggi. Durante i nostri studi abbiamo iniziato a imparare come funziona il settore, poi con il passare del tempo i progetti hanno iniziato a diventare sempre più seri e abbiamo iniziato a investire un po’ più di soldi, ma non troppi! Quello che serviva a ripagare le persone con una pizza o coprire le spese… E alla fine ci siamo resi conto che dovevamo guadagnare in qualche modo e ho quindi iniziato a scrivere delle sceneggiature; Charlette mi diceva se le odiava o se le piacevano ma sarebbero costate troppo in fase di realizzazione, e quindi abbiamo iniziato a capire cosa avrebbe potuto funzionare.
Kilby: Abbiamo poi scelto Solis perché ci siamo resi conto che avremmo potuto realizzarlo anche se non fossimo riusciti a ottenere un budget all’altezza. Era lo script perfetto: avremmo potuto ottenere i soldi necessari anche in modo indipendente, con il crowdfunding.
Strathie: Quello era il piano iniziale: usare le piattaforme di crowdfunding. Tutti gli elementi erano adatti a quella situazione. Si tratta di un film sci-fi e al tempo stesso avrebbe potuto subire delle modifiche e la storia svolgersi in un’altra situazione, come una barca che sta per affondare o una persona che si perde in un bosco… L’elemento sci-fi lo rende speciale e originale, ma alla base c’è l’idea di una persona che lotta per sopravvivere. È stato sviluppato pensando alle esigenze legate al budget e agli obiettivi che volevamo raggiungere.

Come avete coinvolto Steven Ogg?
Kilby: È successo molto tempo fa. Dall’ideazione del concetto alla base di Solis alla sua realizzazione sono passati tre anni. Lo abbiamo contattato proprio all’inizio di questo percorso e in quel momento aveva appena finito di lavorare a Grand Theft Auto V, non era ancora stato coinvolto nelle serie o in The Walking Dead o Westworld. Lo abbiamo letteralmente contattato proprio nel momento perfetto perché eravamo nelle prime fasi ed è rimasto durante gli anni necessari allo sviluppo del film perché ha creduto davvero in noi e nel progetto. Abbiamo contattato il suo team e il suo agente per proporgli lo script, chiedendo se Steven sarebbe stato interessato a leggerlo. E una settimana dopo ci ha risposto.
Strathie: Grand Theft Auto V è molto popolare nella città in cui sono cresciuto e Steven ha lì ha il ruolo di Trevor Phillips ed è fantastico! Ho guardato i video in cui mostrano il making of del gioco ed è un po’ come Gollum in Il Signore degli anelli: è una vera performance, non è solo un doppiatore. È incredibile che abbia fatto una cosa simile e quasi nessuno in realtà sa il lavoro che c’è alla base. Ho pensato ‘Wow! È davvero dedito a questo lavoro!’. Ho visto un’intervista in cui spiegava che gli stavano offrendo tanti ruoli di personaggi un po’ folli, ribelli e non era quello che voleva fare. Ha un po’ quell’aspetto alla Jack Nicholson che è rimasto un po’ troppo a lungo nell’Overlook Hotel, ma in realtà è una persona molto emotiva e piena di sentimenti. È stata una fortuna perché abbiamo mandato lo script e ho pensato ‘Non sarà mai interessato a un film sci-fi’, e invece ha risposto ‘La storia è davvero fantastica’. Ha capito le caratteristiche del personaggio e la situazione in cui si trova Holloway, che è pronto a smettere di lottare. Roberts, invece, non è pronta a farlo e c’è questa interessante interazione. È stato l’aspetto più emotivo, non quello sci-fi, a convincere Steven.

Come avete lavorato con lui sul set?
Strathie: Abbiamo girato le scene in ordine cronologico e avevamo solo un attore e un’unica location. Abbiamo prima realizzato le sequenze in cui si sposta all’interno dell’astronave e all’esterno, e poi ci siamo occupati di tutto quello che accade nello spazio principale dall’inizio alla fine. Non volevo che Steven vedesse la troupe, che stesse seduto sulla sedia e notasse tutte le altre persone presenti, quindi potevamo quasi chiudere la telecamera in quella stanza. Aveva delle interazioni limitate con me o con chi si occupava del suono o altri aspetti tecnici. Io potevo parlargli attraverso degli auricolari che erano stati integrati nel costume che indossava. Poteva sentire me, sempre, e Sally che si occupava di recitare le battute di Roberts sul set. Avevamo bisogno di un’attrice perché questa situazione ha permesso a Steven di improvvisare e interagire con una persona in grado di seguirlo nella sua interpretazione.

Quindi c’era spazio anche per battute non presenti nel copione?
Strathie: Sì, Steven aveva il copione, ma gli ho dato la libertà di modificare le battute. Solo Alice Lowe, che ha dato voce a Roberts, ha dovuto lavorare con un materiale che era già pronto e non modificabile. Volevamo un’attrice per il personaggio e che potesse interpretarlo sul set, dal vivo, ma per questioni di tempo ed economiche, abbiamo preferito concentrarci durante le riprese solo su Steven.
Kilby: Occuparci del casting per Roberts in un secondo momento ci ha permesso di puntare a qualcuno di più conosciuto. Se avessimo coinvolto Alice durante le riprese avremmo dovuto valutare il costo del suo lavoro per tre settimane, qui invece abbiamo potuto pagarla solo per due giorni in post-produzione, è stato davvero più economico.

Questa scelta ha causato qualche difficoltà?
Strathie: Non è stata una situazione ideale e se avessimo avuto più soldi avremmo avuto Alice sul set. Avrebbe potuto recitare in modo diverso. Sul set, inoltre, la situazione era un po’ stressante perché Steven non aveva realmente qualcuno con cui confrontarsi, scambiare idee prima di coordinarsi con il regista e proporre idee o fare domande. Steven era prevalentemente da solo ed è difficile provare a immaginare che tipo di film sarebbe stato se Alice fosse stata coinvolta durante le riprese. È stato più complicato per lui e per me perché dovevo essere costantemente presente, quasi come se fossi un baby sitter perché non volevo che Steven si trovasse in difficoltà.
Kilby: Proprio per la natura low budget del film Carl ha avuto un ruolo importante anche per quanto riguarda gli altri aspetti del film, persino nelle scenografie. Non potevamo permetterci di avere troppe persone e quindi c’erano pochi assistenti. Carl ha controllato ogni attività durante le riprese e le persone avevano bisogno di lui sempre e spesso in due posti contemporaneamente, mentre io mi occupavo di controllare tutta la produzione.
Strathie: Per Steven è stato difficile, ma ha gestito tutto in modo incredibile. Alle volte gli ribadivo che stava facendo un ottimo lavoro e questo migliorava la sua sicurezza e il morale perché non aveva nessun altro con cui confrontarsi. Alle volte mi ha chiesto di ripetere le scene, interpretandole in modo leggermente diverso fino a quando gli sembrava di aver trovato il giusto approccio.
Kilby: Aveva il peso dell’intero film sulle spalle ed è l’unica persona che vediamo sullo schermo. È una situazione che naturalmente suscita una grande pressione, ma ha compiuto un lavoro incredibile.

Come avete lavorato sulle scenografie, considerando che la storia si svolge in uno spazio piuttosto ristretto?
Kilby: Abbiamo lavorato con Tony Noble che è il production designer di Moon diretto da Duncan Jones. Quando abbiamo visto quel film siamo rimasti conquistati dalle immagini e, anche se Solis è piuttosto diverso, lo abbiamo contattato tramite il suo agente ed era interessato. Anche in questo caso è stato coinvolto nelle prime fasi e ci ha sostenuto, è stato quasi un mentore durante i tre anni di sviluppo. Andavamo a Londra per incontrarlo, anche solo per il tempo di un caffè, e ci confrontavamo sui bozzetti e per capire se eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, ci proponeva delle idee…
Strathie: Ad esempio avevamo cercato di capire se fosse possibile creare una scenografia in grado di sobbalzare e muoversi in base a quanto accade nella storia, e quanto sarebbe costato realizzare qualcosa di simile, valutando anche dei materiali adatti. Non sapevamo ancora a livello economico quale sarebbe stato il nostro budget, ma ci siamo resi conto che avevamo bisogno di Tony nel team dietro la macchina da presa e di Steven davanti, e la loro presenza è stata la chiave per realizzare nel migliore dei modi il progetto. Con Tony abbiamo ideato quasi tutti gli elementi fino al coinvolgimento di un art director.
Kilby: Abbiamo avuto dei problemi perché la persona scelta, a causa di altri impegni, non era disponibile per le riprese e ha dovuto andarsene. Non potevamo rimpiazzarlo quindi il suo assistente è stato promosso ad art director, c’è stata un po’ di confusione…
Strathie: L’idea fin dall’inizio era quella di far sembrare tutto piuttosto realistico, ma non a livelli come quelli di Gravity perché non avevamo il budget necessario. Abbiamo scelto un approccio reale, ma quasi in stile fumetto.
Kilby: Abbiamo deciso di girare il film come se fossimo negli anni ’80, con quell’aspetto visivo, e grazie alla natura del progetto non c’era la necessità di avere tutto perfetto e pulito, con una tecnologia avanzata…
Strathie: Non volevamo ologrammi o cose incredibili, o un look in stile negozio della Apple, abbiamo preferito qualcosa un po’ retro, analogico.
Kilby: È stata una scelta molto importante perché abbiamo pensato che in questo modo potesse avere un aspetto più originale e unico. Le nostre fonti di ispirazione erano Alien, 2001: Odissea nello spazio
Strathie: Tutti gli elementi sono reali, anche il touch screen! In realtà è un iPhone, ho dato il mio telefono su cui era stata installata un’app che avevamo fatto realizzare per il film.
Kilby Tutti gli oggetti presenti nella navicella sono reali, persino il vetro che si crepa…

Avete limitato anche gli effetti speciali in post-produzione?
Strathie: Ovviamente le scene ambientate all’esterno sono state realizzate con gli effetti speciali…
Kilby: Ma la grande esplosione alla fine è davvero un vetro che va in mille pezzi e poi gli esperti sono intervenuti e hanno lavorato al contrario per realizzare alcune scene…
Strathie: È stato come un grande puzzle occuparsi degli aspetti visivi perché non potevamo economicamente permetterci ad esempio di animare l’intera sequenza dell’esplosione, avremmo potuto ma visivamente non sarebbe stata convincente. Era più economico girarla dal vivo, ma la telecamera non poteva muoversi nel modo necessario. Il ragazzo che si occupava degli effetti speciali ci ha quindi spiegato che sarebbe stato più semplice inserire il resto della nave spaziale su un video del vetro che esplode, e anche in altri momenti l’aspetto è meno preciso e perfetto perché ci sarebbero state delle inquadrature troppo costose. Certi elementi delle scenografie non sono stati ripresi da vicino per questo motivo. Per i pannelli della nave abbiamo usato dei contenitori utilizzati per i funghi, avevamo delle scatole che si utilizzano in cucina e abbiamo usato molti oggetti comuni in plastica. All’inizio ho pensato ‘Davvero?’, ma il risultato finale funziona. Io mi rendevo conto dei dettagli, ma perché sapevo come erano stati fatti. Ho coinvolto mia madre facendola venire sul set, perché è davvero brava a notare i dettagli, e le ho chiesto cosa ne pensava. L’unica cosa che ha notato l’abbiamo rimossa.
Kilby: Per il film abbiamo poi costruito dei modellini delle astronavi e abbiamo girato 4 giorni utilizzandoli. Abbiamo risparmiato molto tempo e soldi, e aiutato il lavoro in post-produzione.
Strathie Con un progetto simile è davvero importante ridurre i tempi necessari alla produzione. Non appena ci rendevamo conto che per realizzare qualcosa avremmo avuto bisogno di un mese ci chiedevamo ‘Come possiamo tagliare i tempi e i costi?’. Ci siamo coordinati con i responsabili degli effetti e siamo così riusciti a utilizzare i modellini, mantenendone i movimenti di camera e le luci. Non potevamo compiere degli zoom particolari sui dettagli, non abbiamo effettuato delle riprese specifiche o siamo intervenuti molto in post-produzione. In questo modo abbiamo però evitato mesi di lavoro.

Si tratta di un film che punta molto sulle emozioni, nella fase di montaggio avete dovuto tagliare delle sequenze per creare quella tensione?
Kilby Il montaggio è stato davvero interessante!
Strathie: Sono arrivato a casa e ho compiuto il montaggio sul mio computer.
Kilby Carl ha realizzato la prima versione del montaggio e poi è stato coinvolto Chris Timson per sistemarlo un po’. Carl conosce però la storia così bene e, a differenza di altri registi, non esita a tagliare dei passaggi, ha una grande disciplina, quindi ha aiutato molto il lavoro nel montaggio.
Strathie: Avere Chris coinvolto nel montaggio è stato di grande aiuto perché vede delle cose che io non noto, ed è importante perché equilibra le mie cattive abitudini o il mio affetto nei confronti di alcune inquadrature con uno sguardo più obiettivo. Mi chiede ‘Hai davvero bisogno di questa scena?’. E devo ammettere molte volte ‘No’, ma in questo caso non abbiamo tagliato nessuna scena, solo rifinito dei passaggi. Abbiamo però avuto dei problemi di continuità. Steven è l’unico personaggio in scena e non potevamo spostare l’attenzione su altri personaggi, volevamo concentrarci solo su di lui e sul suo sguardo verso l’esterno… Tutto quello che vedi nel film è in realtà ciò che era presente sullo script.

Avete già dei progetti in fase di sviluppo?
Kilby: Abbiamo un film in post-produzione che si intitola Dark Encounter, girato 12 mesi dopo la fine di Solis. Verrà distribuito nel 2019 e parla di una famiglia che sta soffrendo dopo aver organizzato una cerimonia in memoria della figlia; quando tornano a casa, nella notte, vengono terrorizzati da alcune creature di origine extraterrestre…
Strathie: È una specie di incrocio tra Amabili resti e Incontri ravvicinati del terzo tipo
Kilby: È un film molto emozionante, non è il classico film in cui sono coinvolti gli alieni. C’è al centro una famiglia e quello che accade quando si perde una persona amata.
Strathie: È un po’ quello che accade anche in Solis, con il protagonista che è alle prese con la perdita del figlio. Le storie sono però molto diverse. Holloway deve fare i conti con la scelta di vivere nel presente e non rimpiangere quanto accaduto nel passato. Dark Encounter ruota invece maggiormente sulla figlia, ha degli elementi più horror e ci sono più personaggi!
Kilby: E poi dovremmo iniziare a girare il nostro terzo film, anche in questo caso sci-fi, anche se ci piace esplorare altri generi.