Al Trieste Science+Fiction Festival è stato presentato, nella sezione Spazio Italia, l’interessante film Go Home, ambientato nella città di Roma. Sullo schermo si assiste a ciò che accade durante una manifestazione contro l’apertura di un centro d’accoglienza, situazione che viene sconvolta da un’apocalisse zombie. Enrico, un ragazzo di estrema destra, si mette al riparo all’interno dello spazio mentendo sulla sua identità, cercando rifugio proprio nel centro d’accoglienza che lui non voleva, unico luogo sicuro mentre i morti camminano sulla Terra.

La regista Luna Gualano e lo sceneggiatore Emiliano Rubbi hanno presentato il lungometraggio all’evento triestino, ecco cosa ci hanno raccontato!

Come è nata l’idea del progetto?
Gualano: Mentre ero in macchina con Emiliano Rubbi, lo sceneggiatore, a seguito di una di una delle vicende di razzismo e di odio che sono avvenute nel nostro paese. Emiliano, commentando la notizia sentita in radio ha detto ‘Questa rabbia sembra quella cieca e irrazionale di uno zombie, bisognerebbe farne un zombie movie’. Lì abbiamo subito capito che era una scintilla e valeva la pena sviluppare quell’idea per la sua originalità e particolarità della cosa, soprattutto perché lo zombie si presta veramente bene a rappresentare il tipo di situazione che stiamo vivendo attualmente nel nostro paese.

Quali erano i vostri punti di riferimento nel rappresentare questo legame tra l’elemento “horror” e la società contemporanea?
Rubbi: Principalmente come idea alla base c’è Romero perché utilizzare lo zombie come contenitore con lo scopo di veicolare una serie di messaggi è tutta sua, li ha utilizzati per parlare di consumismo e non solo. Noi volevamo semplicemente rappresentare l’odio, un po’ cieco, immotivato, che va avanti e divora, senza ragione, come agiscono in realtà gli zombie che vanno avanti e mangiano.
Gualano: Ultimamente la figura dello zombie è stata un po’ svuotata di valori, è stata utilizzata come un mostro senza un particolare significato. Paradossalmente, quando sto rispondendo a questa domanda mi viene da porre quella opposta, ovvero come è possibile fare uno zombie movie che non abbia un significato metaforico perché penso sia il mostro che più di tutti gli altri si presta a un certo tipo di utilizzo.

Dal punto di vista produttivo quale è stato l’aspetto più complicato?
Gualano: Tutto! La produzione in generale perché comunque abbiamo subito capito che non poteva essere un film convenzionale anche per quanto riguarda la produzione. I primi a unirsi al progetto sono stati i centri sociali e Zerocalcare, e da lì hanno preso ad appoggiarci una serie di artisti che hanno contribuito e tantissimi professionisti. Sono state coinvolte più di cento persone che hanno dedicato la loro estate alla realizzazione del film e mi verrebbe da dire che è un film “autogestito”, non ci sono grossi produttori alle spalle. C’è un grandissimo capitale umano e professionale. Tutta la troupe è composta da grandi professionisti e gli attori sono in parte veri richiedenti asilo perché molti degli interpreti presenti nel film erano, o sono ancora, in quella situazione e vivono in un centro di accoglienza, quindi portatori di quella che è la reale esperienza del viaggio, dell’arrivo e della residenza all’interno di uno di questi centri. Tutti questi fattori, messi insieme, senza una grande produzione alle spalle, ha reso davvero complicato realizzare il film dal punto di vista burocratico e puramente logistico. Quando c’è un obiettivo che è condiviso in realtà tutto diventa più semplice: si è tutti lì per lo stesso motivo e per raggiungere lo stesso traguardo. C’è stata una totale armonia e questo ha facilitato il lavoro, si è creato un ambiente diverso perché non era qualcosa che si doveva fare per lavoro, era qualcosa a cui si stava lavorando perché credi in un ideale e nella possibilità di incidere un minimo, seppur pochissimo, nella realtà in cui vivi.

A livello economico su che tipo di budget potevate contare?
Rubbi: In realtà è molto complesso da determinare!
Gualano: Se si parla di liquidi è un conto, però si dovrebbe fare il calcolo della partecipazione di ogni professionista perché una persona che di solito lavora sul set a 1500 euro a settimana e invece lavora gratuitamente…
Rubbi: I professionisti, tutti quanti, partecipano poi agli utili e quindi è complesso.
Gualano: I soldi con quelli con cui abbiamo pagato cose come cibo, assicurazioni… tutti quegli elementi che non si possono abbattere, anche se in realtà avevamo uno chef che cucinava per noi in una cucina data da uno dei centri sociali, sono 35.000 euro. I costi reali sarebbero quasi 200.000 euro, compreso anche l’avvocato che mi ha aiutato a capire come ottenere i permessi, la consulente del lavoro, i macchinari… Tutti hanno partecipato al lavoro perché ci credevano realmente. La pre-produzione è durata un anno pieno proprio per poter gestire tutto questo.

Le riprese invece?
Gualano: Tre settimane esclusi i weekend. Si è trattato quindi di un anno di lavoro in funzione di quindici giorni a cavallo di Ferragosto. Il periodo era quello perché se un professionista decide di partecipare gratuitamente a un progetto è diverso se lo fa rinunciando alle vacanze piuttosto che dovendo dire di no a un altro lavoro, portando quindi l’impegno a trasformarsi in una perdita economica. Non poteva essere così, quindi abbiamo rinunciato tutti alle vacanze.

Come è nata la colonna sonora originale e in che modo sono stati coinvolti gli artisti?
Rubbi: La colonna sonora originale è mia e di Eugenio Vicedomini, poi ci sono le musiche esterne che sono particolari pensando al genere horror perché di solito non ci sono canzoni, o non in questa misura. Le abbiamo scelte da una serie di artisti che hanno deciso di partecipare al film, che mi piacevano, con cui lavoro abitualmente: Il Muro del canto, un gruppo romano che fa folk molto scuro e particolare, che ha contribuito con la canzone di apertura; poi c’è Piotta, Daniele Coccia che è la voce del Muro del canto che invece va a chiudere il film e poi c’è un gruppo sardo, i Train to Roots, un gruppo raggae che va molto forte all’estero e il loro chitarrista interpreta anche uno zombie nel film.
Gualano: Si distingue anche abbastanza facilmente: è uno dei manifestanti e ha i dread lunghissimi, è pittoresco.
Rubbi: Si tratta di una colonna sonora molto originale e credo sia una scelta piuttosto audace.
Gualano: Per me come regista è fondamentale la musica che va all’opposto di dove ti porta l’occhio, in grado di aiutare un contrasto tra ciò che sta accadendo e la musica che ascolti perché penso dia molta profondità a ciò che vedi, lo carica di significati che magari non si prenderebbero in considerazione se l’aspetto musicale e quello visivo camminano sempre di pari passo. Ogni tanto mi piace creare contrasti ed Emiliano ha sposato in pieno l’intenzione e ci è riuscito benissimo, il risultato è davvero particolare come accade in una scena d’azione verso la fine con un accompagnamento che definirei quasi pulp, qualcosa di insolita in un film horror dove si cerca di non lasciare più la tensione dopo averla ottenuta. Ci piacciono le sfide e per questo abbiamo compiuto le scelte più audaci.

Come hai gestito gli attori, in particolare i non professionisti?
Gualano: Quando abbiamo avuto l’idea ho capito subito che mi sarebbe piaciuto coinvolgere dei veri richiedenti asilo e per farlo è nata un’associazione che ora vive di vita propria e dove insegno recitazione e videomaking, Il ponte sullo schermo. Mi piacerebbe insegnare ai ragazzi ad auto-rappresentarsi, dando loro gli strumenti per potersi raccontare e rappresentare da soli, oltre al nostro film. I primi mesi di vita dell’associazione sono stati dedicati allo studio della sceneggiatura e alle prove. Il ponte sullo schermo è strutturato in questo modo: per ogni lezione si sceglie un regista che sceglie gli attori e si gira una scena. Abbiamo fatto queste esercitazioni sul testo di Go Home, quindi i ragazzi sono arrivati sul set avendo già diretto e recitato ogni scena del film, in ogni ruolo. Io ho inoltre avuto modo di vederli alle prese con le varie scene e i vari ruoli e mi è stato più facile identificare chi era più adatto per le parti. Erano però talmente preparati che non c’è stata una volta che abbiamo dovuto ripetere la scena per colpa della recitazione. Gli attori professionisti si sono poi prestati molto ad aiutarli nella preparazione. Non è qualcosa di scontato e sono invece stati fantastici, mi hanno aiutata molto a non far percepire le differenze tra i vari attori.

Quali sono le vostre prospettive dal punto di vista della distribuzione?
Rubbi: Il vantaggio è che ci sono state avvicinate molte distribuzioni perché sì, è un film di genere, ma è molto sui generis, scusa il gioco di parole, essendo un film “sociale”. Per ora non abbiamo ancora stretto degli accordi con nessuno, tuttavia il progetto ha attirato molta attenzione. Il film dovrebbe quindi uscire nelle sale nel 2019.
Gualano: Molto probabilmente anche la distribuzione non sarà convenzionale, anche perché sarebbe quasi tradire lo spirito del progetto. Il “famolo strano” è nato fin dall’inizio ed è giusto portare questo approccio fino alla fine! Credo sia importante per le produzioni indipendenti, e più di noi sarebbe difficile trovarne in giro, individuare una propria collocazione nella programmazione nelle sale.
Rubbi: Non avremmo nemmeno il motivo di uscire in 300 sale come accade a Zalone!
Gualano: Il film è multilingua, ne vengono usate almeno 8.
Rubbi: Difficilmente verrà doppiato perché molto si basa sull’incomunicabilità, quindi si perderebbe il valore di certe situazioni e questo complica un po’ di più la sua posizione all’interno della distribuzione
Gualano: Non abbiamo nemmeno voluto facilitarci questi aspetti perché la nostra priorità era diversa.
Rubbi: Non è di certo un film che fai per diventare ricco!

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