Vampiri
C’è amore. Quindi emozione. Dunque melodramma. Il rapporto interpersonale tra Adam (Tom Hiddleston) ed Eve (Tilda Swinton) è il centro propulsivo di un film che non a caso si intitola Solo Gli Amanti Sopravvivono (2013) cioè, nell’ottica jarmushiana, il mostro potenzialmente immortale è sempre a rischio fine se non si è provvisto di una rete protettiva di affetto laddove il sentimento, la passione di una vita di coppia (Adam e Eve) e/o l’amicizia (Adam, Eve + il drammaturgo Marlowe) non sono certo meno importanti dell’anonimato, la casa coi vetri oscurati e l’accortezza di uno stile di vita centenario da recluso silenzioso e pacifico.

Zombi
C’è ragionamento. Quindi politica. Dunque avvertimento. Jarmush quando affronta l’altro mostro non morto (l’abbiamo scritto all’italiana), più sfigato, povero e anonimo rispetto ai supersexy, di solito altolocati succhiasangue, adotta totalmente l’approccio romeriano. Del primo Romero per essere più precisi, quello antecedente al Bub de Il Giorno Degli Zombi (1984; c’è uno zombi che parla!) o di Big Daddy de La Terra Dei Morti Viventi (2005; c’è uno zombi che impara a usare il mitra e guida la rivoluzione!). Niente sentimento o rapporto interpersonale scandagliato nella peculiarità di una scheda base del mostro poi declinata in relazione all’indole (tradotto: non tutti i vampiri sono uguali). Quando il regista di Broken Flowers (2005), Daunbailò (1986) e Paterson (2016) decide di realizzare I Morti Non Muoiono vuole commentare qualcosa del nostro presente puntando al cervello, come si dovrebbe fare in un classico zombie movie, e non al cuore, come si impegnò a fare, invece, ai tempi del più emotivo, e bello, Solo Gli Amanti Sopravvivono.

Centro
Centerville non sembrerebbe proprio il centro dell’universo. Eppure la cittadina in cui Jarmush ambienta il suo ultimo film, scelto come apertura della 72esima edizione del Festival di Cannes, già dal nome ci comunica di non trovarsi né a nord, né a sud, né a est, né a ovest del nostro orizzonte. La sua posizione è esattamente al centro. 738 abitanti, zero criminalità, tre poliziotti tutti miopi, un eremita di nome Bob, il bar frequentato da un gentleman nero e un razzista bianco (cappellino con slogan: “Make America White Again” e un gatto a casa di nome Rumsfeld). All’improvviso… gli zombi. Sono lenti come piacevano al maestro Romero e al nostro Fulci ma più golosi (sembra che abbiano effettivamente l’acquolina in bocca) e contemporanei, cercando connessioni internet anche post-mortem (“Wi-fi… wi-fi” li vediamo biascicare disperati appena resuscitati) o in crisi d’astinenza da caffeina (“Coffee… Coffe…” ripeterà a oltranza quello interpretato con evidente entusiasmo da un Iggy Pop sempre con gli addominali di fuori). Queste creature improvvisamente uscite dal cimitero locale (cinefilia: vediamo la lapide di Samuel M. Fueller) si uccidono puntando alla testa con pistole, fucili o machete. Una nuvoletta di fumo nero esce dai corpi straziati in computer animation e questo dimostra che Jarmush non vuole rispettare proprio tutte le regole del sottogenere optando per un’assenza pressoché totale di schizzi di sangue o estetica splatter di solito presente quando si ha a che fare con questi cadaveri ambulanti. Perché sono tornati? Nessuno lo sa, né l’onnisciente in fatto di cinema e fumetti che gestisce l’emporio (Caleb Landry Jones ancora a suo agio come impiegato dell’America Profonda dopo Tre Manifesti a Ebbing, Missouri) né la squinternata proprietaria di un negozio di pompe funebri buddista (Tilda Swinton) armata di katana e proveniente da lontano (“È strana” “Certo. È scozzese”), né tantomeno il trio di poliziotti miopi capitanato dallo sceriffo tollerante/buontempone Bill Murray e dal sottoposto più cupo/anaffettivo Adam Driver (due generazioni di Americani: l’ottimista e il nichilista), comicamente alla guida di una minuscola smart rossa decappottabile pur essendo altissimo. È l’America Profonda dei sempliciotti ancora alle prese con il mostro reinventato dal compianto George Romero nel 1968 con un occhio al suo capolavoro Zombi (1978), cui collaborò per la versione europea anche Dario Argento (lì i resuscitati sentivano l’istinto di tornare in un centro commerciale), e l’altro alla prima grande zombi parodia firmata Dan O’Bannon ovvero Il Ritorno Dei Morti Viventi (1985; si citava letteralmente La Notte Dei Morti Viventi di Romero). Jarmush opta per una regia molto rilassata e ammiccante, come il gruppetto di viaggiatori hipster dalla grande città a bordo di una Pontiac del ’68 capitato per caso a Centerville subito pronto a prendere in giro il proprietario dell’emporio perché il suo nome Bobby Wiggins ricorda quello del Bilbo Baggins de Il Signore Degli Anelli. L’ultima volta che il veterano del cinema di chiacchiere e schitarrate (qui la musica è fornita dal gruppo in cui milita SQÜRL + l’ipercitato Sturgill Simpson) aveva affrontato l’horror il centro del racconto era la coppia dei suoi due vampiri protagonisti (ce la faranno a sopravvivere?) mentre in questo caso i protagonisti del film non sono né gli zombi pittoreschi ma mai dominanti né chi resiste fiaccamente, come se fosse rassegnato, al loro attacco, privato di una vera e propria personalità visto che Jarmush si diverte addirittura a farci vedere Bill Murray ed Adam Driver non solo non scomporsi più di tanto come sceriffo e vice-sceriffo ma commentare addirittura la sceneggiatura che stanno recitando come se fossero proprio Bill Murray (sarebbe la seconda volta che recita la parte di sé stesso tra i non morti dopo Benvenuti a Zombieland) e Adam Driver ben consci di trovarsi dentro un’opera di finzione cinematografica.

Conclusioni
E allora eccola la prova definitiva che il senso è più pubblico che privato. C’è addirittura una voce fuori campo che parla pacatamente di Apocalisse e noi spettatori veniamo informati dello scivolamento ineluttabile verso la Fine per via di imperscrutabili disastri ecologici, il Pianeta Terra uscito dal suo asse, polar-fracking (espressione martellante alla radio), orologi fermi, formiche impazzite, luna violacea, alieni che decidono di darsela a gambe (con la serie tv Good Omens il film di Jarmush condivide rischio di imminente fine del mondo ed extraterrestri di passaggio marginali al racconto perché confusi dagli accadimenti).
Con i vampiri il cineasta americano si chiedeva quanto una coppia di amanti potesse resistere nel tempo.
Con I Morti Non Muoiono pare riflettere sul destino di tutti noi.
“Non finirà bene” è la conclusione cui giunge il poliziotto nichilista con la faccia di Adam Driver.
Jim Jarmush sembra essere totalmente d’accordo.

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