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Adrien Brody, la bionda fatale e un cadavere: anatomia di un thriller su Prime Video (che non convince)

Questo film con Adrien Brody aveva cast stellare e atmosfera noir perfetta, ma un finale ridicolo ha rovinato tutto. Analisi del thriller di Brian DeCubellis.

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Ci sono film che nascono sotto una buona stella ma finiscono per perdersi nel rumore di fondo del mercato cinematografico. Manhattan Night, thriller neo-noir diretto da Brian DeCubellis e disponibile su Prime Video, appartiene a questa categoria sfortunata. Con un cast che vanta nomi come Adrien Brody, Yvonne Strahovski, Jennifer Beals e Campbell Scott, il film sembrava avere tutte le carte in regola per conquistare gli appassionati del genere. Eppure, nonostante un'atmosfera densa e una fotografia evocativa, si è dissolto rapidamente dalla memoria collettiva, complice anche una distribuzione sottotono da parte di Lionsgate Premiere. Tratto dal romanzo Manhattan Nocturnes di Colin Harrison, il film segue le vicende di Porter Wren, giornalista di cronaca nera interpretato da Brody. Porter gode di una certa celebrità locale per aver risolto un caso irrisolto che coinvolgeva una bambina scomparsa, dettaglio che ogni personaggio sembra ricordargli ossessivamente. La sua vita appare invidiabile: una moglie bellissima e brillante chirurgo (Jennifer Beals), due figli, una casa nascosta nel cuore di Manhattan.

Tutto cambia quando, durante una festa, incontra Caroline, una seducente bionda interpretata da Yvonne Strahovski che gli promette di mostrargli qualcosa di interessante nel suo appartamento. Naturalmente, Porter cede alla tentazione. Ma oltre ai piaceri illeciti che ci si aspetterebbe da un simile incontro, il giornalista si ritrova invischiato in un mistero ben più oscuro: l'omicidio irrisolto di Simon, il defunto marito di Caroline. Simon era un filmmaker eccentrico con una morbosa ossessione per il controllo e la documentazione, al punto da testare le reazioni della moglie a situazioni estreme e filmare tutto. Campbell Scott, che interpreta Simon attraverso numerosi flashback, viene truccato in modo così grottesco e incoerente da scena a scena che lo spettatore finisce per aspettarsi una rivelazione su una malattia terminale che, tuttavia, non arriva mai.

La trama si complica ulteriormente quando entra in scena il magnate dei media Mr. Hobbs, interpretato da Steven Berkoff con chiaro riferimento a figure alla Rupert Murdoch. Hobbs ha appena acquisito il giornale per cui lavora Porter e, non pago del potere di licenziamento che questo gli conferisce, inizia a formulare minacce sempre più inquietanti rivolte alla famiglia del protagonista. Il tycoon è convinto che Caroline stia usando una memory card contenente materiale compromettente per ricattarlo, e vuole che Porter la recuperi a ogni costo. Fin qui, la struttura narrativa regge. La fotografia nebbiosa e sofisticata di David Tumblety avvolge tutto in un'aura di decadenza glamour, mentre la voce narrante roca di Brody guida lo spettatore attraverso i meandri dell'indagine con il ritmo cadenzato dei migliori noir classici. La colonna sonora di Joel Douek, costruita su archi e pianoforte, richiama deliberatamente l'estetica dei thriller anni Ottanta che cercavano di resuscitare il fascino cupo della Hollywood d'oro. È un'operazione nostalgica, quasi romantica nella sua ambizione di riportare in vita un genere ormai consegnato ai cinefili.

Il problema è che questa densa atmosfera lavora straordinariamente duro per nascondere ciò che diventa sempre più evidente con il passare dei minuti: la trama è progressivamente artificiosa. Le pretese intellettuali e artistiche di Simon, presentato come un cineasta celebrato, finiscono per apparire pretenziose più che genuine. Le richieste che faceva a Caroline durante il loro breve matrimonio hanno una preziosità che oscilla pericolosamente tra il drammatico e l'involontariamente comico. Quando finalmente vengono svelati i segreti centrali della storia, l'edificio narrativo crolla su se stesso. Cosa stava cercando di nascondere esattamente il miliardario? Come è morto davvero Simon? E soprattutto, come diavolo è finita Caroline in questa situazione impossibile? Le risposte a queste domande, lungi dal fornire una risoluzione soddisfacente, rischiano di strappare una risatina nervosa anche agli spettatori più indulgenti. Il finale, poco convincente e tirato per i capelli, rappresenta il tallone d'Achille di un'operazione che fino a quel momento aveva retto discretamente.

La vera questione è che il film sembra appartenere a un'altra epoca. Non solo per le scelte estetiche dichiaratamente retro, ma per la stessa concezione del giornalista-celebrità locale che nel 2016 risultava già anacronistica. L'idea che Porter Wren possa godere di una fama tale che chiunque lo riconosca per strada appartiene a un'epoca pre-digitale che il film non contestualizza adeguatamente. Lionsgate Premiere ha distribuito Manhattan Night senza particolare entusiasmo, una strategia che ha condannato il film a un'esistenza effimera nelle sale e a un passaggio discreto sulle piattaforme on demand. Per un'operazione che puntava così tanto sul fascino del genere noir, la mancanza di un passaparola positivo si è rivelata fatale. Il film dura 113 minuti ed è classificato come R-rated, con Brian DeCubellis che firma sia la regia che la sceneggiatura.

Rimane la domanda: vale la pena recuperarlo? Se siete appassionati di atmosfere noir, di fotografia curata e non vi dispiace perdonare qualche eccesso di artificiosità narrativa, Manhattan Night può offrire un paio d'ore di intrattenimento discreto. Ma aspettatevi un finale che potrebbe farvi storcere il naso e una sensazione generale di occasione mancata. Un film che aveva tutti gli ingredienti giusti, ma che non è riuscito a amalgamarli in una ricetta davvero memorabile.

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