FILM

Meryl Streep e Tom Hanks nel film di Spielberg su Prime Video che ha fatto tremare la Casa Bianca

Analisi del film con Meryl Streep e Tom Hanks sui Pentagon Papers. Storia, cast, significato politico e impatto sulla libertà di stampa.

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Quando Steven Spielberg decide di muoversi in fretta, c'è sempre un motivo. E nel caso di The Post, disponibile su Prime Video, quel motivo è scritto a caratteri cubitali nella cronaca politica americana degli ultimi anni. Marzo 2017: cast e troupe si riuniscono con una velocità inusuale per Hollywood. Obiettivo: portare nelle sale cinematografiche, nel giro di pochi mesi, un film ambientato negli anni Settanta ma che parla dritto al presente. Un'operazione rischiosa, perché quando si accelera troppo in produzione il rischio è quello di confezionare un prodotto raffazzonato. Ma Spielberg non è un regista qualunque, e The Post non è un film qualunque. La pellicola ci riporta ai primi anni Settanta, nel pieno della guerra in Vietnam. Il Washington Post è ancora un giornale locale che lotta per tenere il passo con colossi come il New York Times. Alla guida c'è Kay Graham, interpretata da una Meryl Streep in stato di grazia, la prima donna editrice di un grande quotidiano americano. Al suo fianco, l'irriducibile direttore Ben Bradlee, un Tom Hanks che abbandona i suoi ruoli più rassicuranti per vestire i panni di un giornalista dal carattere ruvido, disposto a piegare le regole pur di arrivare alla verità.

La scintilla che innesca tutto è l'esplosiva pubblicazione del New York Times: i Pentagon Papers, documenti classificati che svelano come quattro presidenti americani abbiano mentito sistematicamente sul coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam. Quando Nixon blocca il Times dalla pubblicazione ulteriore in attesa di un'udienza in tribunale, il Washington Post si trova davanti a un'occasione storica. Il reporter Ben Bagdikian, interpretato con misura da Bob Odenkirk, riesce a ottenere i documenti attraverso una fonte riservata. E qui arriva il dilemma che forma il cuore pulsante del film: pubblicare e sfidare il presidente degli Stati Uniti, rischiando il futuro economico del giornale, oppure tacere e tradire il dovere di informazione verso il pubblico. La sceneggiatura firmata da Liz Hannah e Josh Singer, quest'ultimo reduce dall'Oscar per Spotlight, è un esempio di come costruire tensione narrativa partendo da materiale documentaristico. I due autori intrecciano con intelligenza la storyline principale con il subplot della quotazione in borsa del Washington Post, aggiungendo strati di complessità alla vicenda.

Non si tratta di un semplice thriller giornalistico: è un film sulla leadership, sul coraggio delle proprie convinzioni, sul peso delle scelte in momenti storici cruciali. Il parallelo con l'amministrazione Trump è evidente, quasi didascalico, eppure Spielberg gestisce il tutto con una finezza tale da non scivolare mai nella predica facile. Il regista sa che il suo pubblico è intelligente e lascia che siano le immagini, i dialoghi, le situazioni a parlare. Una scelta particolarmente efficace è l'utilizzo di registrazioni audio autentiche di Richard Nixon, che trasformano il presidente in una presenza spettrale e minacciosa, un antagonista reale che incombe sulla vicenda senza mai apparire sullo schermo. Dal punto di vista tecnico, The Post conferma Spielberg come uno dei maestri indiscussi del cinema contemporaneo. Con un runtime di poco meno di due ore, il film procede con un ritmo serrato che non lascia spazio a tempi morti. Ogni scena ha uno scopo, ogni dialogo spinge avanti la narrazione. E poi c'è lui, John Williams, che con la sua colonna sonora aggiunge tensione dove serve e commozione nei momenti più intimi.

Il sodalizio tra i due artisti, dopo decenni di collaborazioni, funziona ancora come un meccanismo di precisione svizzera. Ma è davanti alla macchina da presa che The Post mostra tutta la sua forza. Tom Hanks, che interpreta lo stesso Ben Bradlee già portato sullo schermo da Jason Robards in Tutti gli uomini del presidente (con tanto di Oscar), si carica sulle spalle un personaggio complesso. Il suo Bradlee è un uomo duro, pragmatico, a tratti spregiudicato, ma anche profondamente convinto del ruolo sociale del giornalismo. Hanks mostra il lato più abrasivo del personaggio senza perdere la capacità di rivelare la vulnerabilità che si nasconde sotto la corazza. Meryl Streep offre una performance che attraversa l'intero spettro emotivo. La sua Kay Graham parte come una figura quasi marginale nel proprio giornale, circondata da uomini che la trattano con condiscendenza mascherata da cortesia. Il suo arco narrativo è quello di una donna che trova la propria voce in un mondo fatto di smoking e sigari, che impara a fidarsi del proprio istinto e a prendere decisioni che cambieranno non solo il destino del suo giornale, ma la storia americana.

Quando Hanks e Streep condividono lo schermo, la chimica è palpabile, un dialogo tra due titani della recitazione che eleva ogni scena. The Post è stato definito da molti come il classico "Oscar bait", il film pensato apposta per la stagione dei premi. E in effetti, guardandolo, è difficile negare che abbia tutti gli ingredienti della ricetta: regista prestigioso, cast stellare, tema storico con rilevanza contemporanea, valori produttivi impeccabili. Ma sarebbe riduttivo liquidarlo così. Perché al di là delle ambizioni da statuetta dorata, questo è un film che parla di qualcosa di fondamentale: il ruolo della stampa libera in una democrazia. In un'epoca in cui l'espressione "fake news" è diventata un'arma politica, in cui i giornalisti vengono etichettati come "nemici del popolo", The Post arriva come un promemoria necessario. Non è un film di propaganda, non vuole indottrinarvi. Semplicemente, racconta una storia vera di persone che hanno messo a rischio tutto per fare il proprio lavoro. E lo fa con quella combinazione di mestiere e passione che solo il cinema hollywoodiano sa offrire quando è al suo meglio.

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