La spia tradita dalla Casa Bianca: su Prime Video, Naomi Watts e la vera storia della donna che sfidò Bush
La vera storia di Valerie Plame, agente CIA tradita dalla Casa Bianca dopo che il marito Joe Wilson svelò le bugie sulla guerra in Iraq.
Ci sono storie che il cinema racconta non per intrattenere, ma per scuotere le coscienze. Fair Game - Caccia alla spia, diretto da Doug Liman nel 2010, è una di queste. Non è un thriller di spionaggio qualunque, non è l'ennesima spy story hollywoodiana piena di gadget e inseguimenti. È il racconto crudo, documentato e agghiacciante di come il governo degli Stati Uniti abbia deliberatamente distrutto la carriera e la vita di una delle sue migliori agenti della CIA, Valerie Plame, rea di aver sposato un uomo che aveva osato dire la verità sulla guerra in Iraq. Il senatore Hiram Johnson lo disse nel 1917, quando l'America entrò nella Prima guerra mondiale: "La prima vittima quando arriva la guerra è la verità". Fair Game dimostra che questa massima non ha mai smesso di essere attuale, soprattutto nell'era delle armi di distruzione di massa che non sono mai state trovate e delle giustificazioni inventate per invadere nazioni sovrane.
Il problema inizia quando Valerie suggerisce Joe come persona adatta per una missione della CIA in Niger. L'obiettivo è verificare se ci sia del vero nelle voci secondo cui Saddam Hussein starebbe tentando di acquistare yellowcake, un concentrato di uranio necessario per programmi di armi nucleari. È una richiesta legittima, Joe ha l'esperienza giusta, conosce l'Africa. Ma è anche, come si vedrà, un potenziale conflitto di interessi che verrà usato contro di loro. Joe parte, indaga, parla con i contatti giusti. E torna con una conclusione scomoda: non c'è alcuna prova che Saddam stia comprando uranio dal Niger. La storia è infondata. Ma la Casa Bianca di George W. Bush non vuole sentire questa versione. Hanno bisogno di giustificazioni per la guerra, hanno bisogno che l'opinione pubblica creda alla minaccia delle armi di distruzione di massa. E così, in un discorso sullo Stato dell'Unione, il presidente cita proprio quella storia dello yellowcake come prova del pericolo rappresentato dall'Iraq.
A quel punto Joe Wilson prende una decisione che cambierà tutto. Nel luglio 2003 pubblica sul New York Times un articolo intitolato "What I didn't find in Africa", in cui smonta punto per punto la narrazione della Casa Bianca. È un atto di coraggio civile, ma anche, come gli viene fatto notare da un amico, un suicidio professionale. "Non essere furbo," gli dice qualcuno. Ma Joe è fatto così: diretto, aggressivo, incapace di stare zitto quando vede che si sta mentendo al paese. La vendetta non si fa attendere. Una settimana dopo, il conservatore Robert Novak pubblica un articolo in cui rivela che Valerie Plame è un'agente operativa della CIA, e insinua che sia stata lei a mandare il marito in Niger per motivi personali, non professionali. È un colpo mortale. Rivelare l'identità di un agente sotto copertura non è solo una violazione gravissima, è un crimine federale. Ma è anche un messaggio chiaro: se dici la verità, distruggiamo te e chi ami.
Fair Game ricorda inevitabilmente Tutti gli uomini del presidente, il capolavoro di Alan J. Pakula sul Watergate. Anche lì c'era Washington, anche lì c'era una Casa Bianca corrotta, anche lì c'erano persone disposte a tutto per coprire la verità. Ma se negli anni Settanta il sistema alla fine funzionò e Nixon cadde, qui il finale è più amaro. I responsabili rimangono al potere, Libby viene graziato, la guerra continua a mietere vittime. Oggi, a distanza di vent'anni da quegli eventi, Fair Game resta un documento essenziale per capire come si è arrivati alla guerra in Iraq, alle centinaia di migliaia di morti, al caos in Medio Oriente che ancora paghiamo. Non è un film perfetto: a tratti pecca di didascalismo, la ricostruzione cronachistica a volte rallenta il ritmo. Ma è necessario, onesto, coraggioso.