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Altro che The Last of Us: su Netflix, c'è una serie imperdibile che ribalta il genere post apocalittico

Sweet Tooth su Netflix è la serie post apocalittica che scegli quando vuoi speranza invece di desolazione. Un'alternativa a The Last of Us che non distrugge l'anima.

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Le serie post apocalittiche sono ovunque. Basta aprire una piattaforma streaming per trovarsi sommersi da mondi devastati, sopravvissuti disperati e scenari così cupi da farti rimpiangere la tua bolletta della luce. È un genere che si è consolidato attorno a un patto narrativo preciso: ti mostro l'umanità al suo peggio, in un mondo ridotto a macerie, e tu accetti di uscirne emotivamente svuotato. The Last of Us lo fa magistralmente, così come tante altre produzioni di qualità. Ma c'è un problema: dopo un po', questa desolazione diventa una formula prevedibile, un copione già scritto dove sai che nessuno sarà davvero al sicuro e la speranza è un lusso che non ti puoi permettere.

Poi arriva Sweet Tooth su Netflix e ribalta il genere. Non perché ignori la durezza del suo mondo post apocalittico, ma perché sceglie consapevolmente di non lasciarti annegare nel pessimismo cosmico. La serie, basata sui fumetti omonimi, racconta di una pandemia che ha decimato la popolazione adulta e dell'emergere di bambini ibridi, metà umani e metà animali. È un mondo spezzato, segnato dalla malattia e dalla paura, dove i superstiti cercano disperatamente una cura mentre danno la caccia a questi bambini, considerati la causa del virus. Sulla carta, tutti gli ingredienti per l'ennesima discesa negli inferi narrativa ci sono. Eppure Sweet Tooth compie una scelta radicale: racconta questa storia con la lente di una fiaba moderna.

Il protagonista è Gus, un bambino ibrido con le corna da cervo, che dopo la morte del padre intraprende un viaggio per trovare sua madre. Ad accompagnarlo c'è Tommy Jeppard, un loner interpretato da Nonso Anozie che incarna perfettamente l'archetipo del protettore riluttante. La chimica tra i due personaggi è il cuore pulsante della serie, una dinamica padre-figlio improvvisata che cresce episodio dopo episodio. Ciò che distingue davvero Sweet Tooth dal resto del genere è il suo equilibrio tonale. La serie non nega la brutalità del suo mondo: ci sono morti, cacciatori spietati, esperimenti disumani sui bambini ibridi. Ma bilancia questi elementi con un senso di meraviglia visiva e narrativa che raramente si trova nel post apocalittico televisivo.

I paesaggi sono lussureggianti, quasi fiabeschi, le ambientazioni naturali riprendono il sopravvento in un mondo dove l'umanità ha perso il suo dominio. Gli ibridi stessi, con le loro caratteristiche animali, rappresentano non una minaccia ma una nuova possibilità, un capitolo diverso per il pianeta. Questa scelta stilistica e narrativa è ancora più sorprendente se si considera la fonte originale. I fumetti di Sweet Tooth, creati da Jeff Lemire, sono notoriamente più cupi e violenti, con archi narrativi che non risparmiano brutality gratuita e momenti di oscurità totale. Adattare un materiale del genere per renderlo accessibile anche a un pubblico più giovane, senza tradirne l'essenza emotiva e tematica, è un esercizio di equilibrismo che Netflix e il showrunner Jim Mickle hanno gestito con maestria.

Il risultato è una serie che può essere vista in famiglia, ma che non insulta l'intelligenza degli spettatori adulti con semplificazioni banali. Un altro punto di forza di Sweet Tooth, che lo distingue da molti altri progetti streaming dell'era contemporanea, è la sua completezza narrativa. Il finale della terza stagione, in particolare, riesce a dare un senso compiuto al viaggio di Gus e dei suoi compagni. Senza entrare nel territorio degli spoiler, si può dire che la serie mantiene fino all'ultimo la sua promessa: anche nel momento più buio, c'è sempre una luce che vale la pena inseguire. È una conclusione che ti lascia soddisfatto, non svuotato. Ti fa credere che la storia valesse la pena di essere raccontata e seguita, dall'inizio alla fine.

Eppure, nonostante queste qualità, Sweet Tooth rimane relativamente di nicchia rispetto a titoli più mainstream come Silo, una serie di fantascienza concettuale, Fallout o l'immancabile The Last of Us. Non ha generato lo stesso livello di conversazione culturale, non ha invaso i social media con teorie e meme. Ma forse è proprio questa la sua forza: non ha bisogno di strillare per farsi notare. Si rivolge a chi cerca qualcosa di diverso dal pessimismo sistematico che domina il genere, a chi vuole una storia che ti ricordi perché vale la pena sopravvivere, non solo come. Sweet Tooth gioca su un registro diverso, più emotivo che cerebrale, più avventuroso che introspettivo. Ma proprio per questo occupa uno spazio unico nel genere, uno spazio che poche altre serie hanno tentato di riempire con questa consapevolezza e questa cura.

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