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Brad Pitt e Shia LaBeouf nel brutale film su Prime Video che ridefinisce il cinema di guerra

Il war movie con Brad Pitt che ridefinisce il cinema di guerra. Analisi approfondita del film di David Ayer ambientato nella Seconda Guerra Mondiale.

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Lo spirito di Sam Peckinpah aleggia su questo film di guerra sorprendentemente cupo e virile, dove il regista David Ayer orchestra una danza macabra tra i carri armati della Seconda Guerra Mondiale. Girato tra le campagne di Hertfordshire e Oxfordshire, Fury, disponibile su Prime Video, rappresenta un ibrido cinematografico che fonde il cinema bellico old-school con l'estetica splatter post-Salvate il soldato Ryan, creando qualcosa di profondamente diverso dal solito war movie hollywoodiano. Brad Pitt interpreta Don "Wardaddy" Collier, comandante sfregiato dalla battaglia di un equipaggio della 2ª Divisione Corazzata che ha combattuto dall'Africa del Nord alla Normandia. Siamo nell'aprile del 1945, nella Germania degli ultimi giorni di Hitler, dove il caos regna sovrano e la disperazione nazista si trasforma in resistenza feroce.

Quando uno dei membri dell'equipaggio ridecora letteralmente l'interno del carro armato con la propria faccia, arriva Norman, interpretato da Logan Lerman: un giovane impiegato spedito al fronte per riempire il vuoto lasciato dal commilitone caduto. Attraverso gli occhi innocenti di Norman, Ayer ci trascina nell'inferno meccanizzato della guerra moderna. "Gli ideali sono pacifici, la storia è violenta", spiega Collier al suo nuovo arruolato, che deve rapidamente abbandonare i suoi scrupoli pacifisti, fingendo di crederci davvero. La palette cromatica del film ricorda il fango delle trincee, mentre l'estetica visiva non risparmia nulla in termini di dettagli grafici. Fury non fa prigionieri quando si tratta di rappresentare la violenza: braccia, gambe e teste vengono separati dai corpi in quella che sembra una ricerca ossessiva del "massimo impatto carnale". Come il suo personaggio cacciatore di scalpi in Bastardi senza gloria, il Wardaddy di Pitt adora uccidere nazisti, sebbene qui la sua anima appaia decisamente più vuota per questo piacere.

Le scene di prigionieri giustiziati con un colpo alla schiena e donne ridotte a bottino di guerra si alternano a momenti di intensa riflessione religiosa. Boyd "Bible" Swan, interpretato da Shia LaBeouf, cita le Scritture mentre Norman lotta con il suo disagio episcopaliano di fronte all'orrore. Questi interrogativi trascendenti, tuttavia, sembrano più scenografici che sostanziali: come già in End of Watch, i personaggi restano funzionali all'azione, che rimane il vero punto di forza di Ayer. Il film non raggiunge l'intensità claustrofobica di Lebanon di Samuel Maoz, che riusciva meglio a intrappolare lo spettatore dentro le pareti metalliche di un carro armato. Tuttavia, Fury resta un'esperienza cinematografica innegabilmente coinvolgente, sostenuta dalla partitura esuberante di Steven Price che culmina in un tema di coda che ricorda l'Ave Satani demoniaco di Jerry Goldsmith per Il presagio.

La performance di Pitt ancora una volta dimostra la sua capacità di incarnare figure di comando logorate dalla guerra, mentre Lerman offre il necessario contrappunto emotivo attraverso la sua trasformazione da ragazzo terrorizzato a soldato indurito. Il resto dell'equipaggio forma un microcosmo di personalità belliche: ciascuno con il proprio modo di affrontare l'orrore quotidiano, ciascuno con la propria maschera di sopravvivenza psicologica. David Ayer, che firma sia la regia che la sceneggiatura, costruisce una narrazione che procede come il carro armato stesso: inarrestabile, rumorosa, brutale. La sua visione della guerra rifiuta ogni romanticismo residuo, sostituendolo con una rappresentazione quasi documentaristica della disumanizzazione che il conflitto impone ai suoi protagonisti. Non ci sono eroi qui, solo uomini che cercano di sopravvivere ancora un giorno, ancora un'ora, ancora un minuto dentro quella scatola di metallo che è contemporaneamente la loro protezione e la loro prigione.

La questione morale al centro del film rimane deliberatamente irrisolta: fino a che punto si può spingere un uomo prima che perda la propria umanità. Norman deve imparare a uccidere per sopravvivere, ma il prezzo di questa educazione è scritto nei suoi occhi, progressivamente svuotati dell'innocenza iniziale. Wardaddy lo sa bene, avendo fatto quel percorso molto tempo prima, e il suo cinismo diventa quasi una forma di protezione paterna nei confronti del ragazzo. Fury si inserisce in quella tradizione di cinema bellico che cerca di mostrare la guerra non come teatro di eroismo, ma come macchina tritacarne che consuma vite e anime con la stessa indifferenza meccanica. La scelta di ambientare la storia negli ultimi giorni del conflitto in Europa amplifica questa sensazione di assurdità: questi uomini rischiano tutto quando la vittoria è ormai matematicamente certa, rendendo ogni morte ancora più insensata.

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