Charlie Hunnam irriconoscibile in questo remake su Prime Video: la trasformazione ha scioccato i critici
Charlie Hunnam e Rami Malek su Prime Video, nel remake più crudo e violento del classico del 1973. Temi e confronto con l'originale.
Quando il regista danese Michael Noer ha deciso di riportare sullo schermo la storia di Henri Charrière, il famoso galeotto francese diventato scrittore di fama mondiale, sapeva di trovarsi di fronte a una sfida titanica. Il Papillon originale del 1973, con Steve McQueen e Dustin Hoffman, era diventato un classico del cinema carcerario, un film che aveva segnato un'epoca. Eppure Noer ha scelto di affrontare questo remake con un approccio radicalmente diverso: più sporco, più brutale, sostanzialmente più crudo. Il risultato è un film che divide la critica americana, capace di impressionare per la sua ferocia visiva ma accusato di non scavare abbastanza in profondità nei temi e nei personaggi che mette in scena. La pellicola del 2018, disponibile su Prime Video, con Charlie Hunnam nel ruolo di Henri "Papillon" Charrière e Rami Malek in quello del falsario Louis Dega, attinge non solo dalle autobiografie letterarie di Charrière (Papillon e Banco), ma anche dalla sceneggiatura del film del '73 firmata da Lorenzo Temple Jr. e Dalton Trumbo.
Questa partnership diventa il cuore emotivo del film, anche se la critica ha sottolineato come il "bromance" tra i due protagonisti non venga sviluppato abbastanza per raggiungere l'impatto emotivo sperato. Nonostante le ottime performance di Hunnam e Malek, il legame tra Henri e Louis rimane dipinto a tratti larghi, perdendo occasioni per approfondire la complessità della loro relazione in condizioni così estreme. La forza del Papillon di Noer risiede nella sua rappresentazione senza compromessi della vita carceraria. Il regista non si tira indietro nel mostrare la realtà squallida e violenta della colonia penale, creando un'esperienza viscerale che lascia lo spettatore come immerso nel fango e nella sporcizia insieme ai protagonisti. Merito della fotografia vérité di Hagen Bogdanski, celebre per Il segreto degli occhi, che cattura ogni dettaglio sordido con una vivezza cruda e quasi documentaristica. Gli interni squallidi del production designer Tom Meyer e i costumi sbiaditi della costumista Bojana Nikitovic completano un quadro estetico che trasuda miseria e degrado.
Le scene di violenza non vengono edulcorate: risse selvagge tra detenuti e uno scontro in un bagno che rivaleggia per brutalità con quello memorabile di Eastern Promises dimostrano quanto Noer abbia voluto portare il pubblico nel ventre della bestia. Charlie Hunnam offre una performance che impressiona soprattutto per la trasformazione fisica. Nel corso del film perde un'enorme quantità di peso, incarnando il deterioramento del corpo di Henri attraverso anni di privazioni e isolamento. Ma è il cambiamento nel suo modo di essere, dal criminale spavaldo all'anziano fragile che anela solo a una vita libera e pacifica, a risultare più toccante della mera metamorfosi corporea. Rami Malek, dal canto suo, non subisce alterazioni fisiche così drammatiche, eppure riesce a esprimere l'evoluzione di Louis - da truffatore alto-borghese impreparato alle crudeltà della prigione a sopravvissuto molto meno arrogante - attraverso sfumature più sottili e contenute.
La critica americana converge su un giudizio sostanzialmente equilibrato: Papillon 2018 è un'operazione di restyling più grezza rispetto all'originale, non necessariamente più ricca dal punto di vista tematico. È un film che funziona come macchina narrativa di sopravvivenza ed evasione, sorretto da interpretazioni solide e da una regia che non ha paura di sporcarsi le mani. Ma è anche un'opera che lascia sul tavolo opportunità non sfruttate, accontentandosi di essere un buon film invece di puntare alla grandezza. Per chi ha lo stomaco di affrontare 133 minuti che sembrano trascorsi anche a voi in una colonia penale - nel senso migliore possibile del termine - questa rivisitazione vale comunque la visione. Non è un capolavoro, ma è cinema onesto, duro, che rispetta la storia che racconta senza pretendere di reinventarla completamente.