Com’è vedere oggi Bad Taste?

Noi di BadTaste siamo tornati, e presi dall’entusiasmo siamo andati a riguardarci il film che dà il nome al nostro sito

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BadTaste è tornato, noi siamo ancora pieni di entusiasmo e, anche se le pubblicazioni hanno ripreso ormai da qualche giorno, ci è rimasta un po’ di voglia di celebrare. E abbiamo deciso di farlo con un ritorno alle origini – non tanto del sito, che affonda le sue primissime radici nel Signore degli Anelli di Peter Jackson, ma della sua onomastica. Che c’entra comunque con il regista neozelandese: non crediamo di stupire nessuno se diciamo che BadTaste si chiama così in omaggio a Bad Taste, il primo film di Jackson datato 1987 e uscito in Italia con lo sciapo titolo di Fuori di testa. E quindi: com’è riguardarlo oggi, a quasi quarant’anni (!) dall’uscita?

Fuori di testa, ma solo nei weekend

Inutile stare a fare la cronistoria approfondita della nascita del progetto Bad Taste e della sua infinita gestazione, ma vale la pena ricordare un paio di cose per inquadrare il film nel modo corretto. La prima è che Jackson cominciò a girare il film nel 1983, quando aveva 22 anni e viveva ancora con i genitori potendo così reinvestire i soldi del suo stipendio in attrezzistica per il cinema, e lo completò nel 1987, lavorandoci esclusivamente nei weekend e dovendo tra l’altro tener conto del fatto che in quattro anni la gente tende a invecchiare (e riguardando il film si nota che gli attori hanno una, diciamo così, evoluzione).

La seconda cosa è che Bad Taste, e quindi probabilmente la carriera di Peter Jackson, non esisterebbe senza lo scomparso Jim Booth, che al tempo lavorava per la New Zealand Film Commission e si convinse delle capacità di questo giovanotto con la barba e lo sguardo giovanile guardando il materiale che aveva prodotto fino a quel momento. Stiamo parlando di teste che esplodono, budella che pure loro esplodono, teste mozzate, sangue e vomito: una lode postuma a Booth per aver individuato il talento in mezzo a un mare di frattaglie.

L’invasione degli ultraprocessati

Detto quindi che Bad Taste fu un’operazione semi-amatoriale, girata in sostanza nel cortile di casa Jackson dagli stessi quattro amici nell’arco di quattro anni, arricchita da effetti speciali pratici creati con l’ausilio del forno di mamma Jackson, un affare di famiglia insomma, quello che poi è il risultato finale è doppiamente sorprendente. Con il senno di poi è ovvio che Jackson sarebbe diventato (anche) “quello degli effetti speciali”, con la fondazione della Weta e tutto quello che ne è conseguito: lo splatter di Bad Taste è infuso di un controllo e soprattutto di una creatività che richiedono di solito anni di esperienza per essere padroneggiati.

Certo, è molto chiaro dove siano le origini cinematografiche dell’ispirazione di Jackson: Sam Raimi, ovviamente, innanzitutto, ma anche Romero, e tornando indietro gli altri mostri sacri dell’effetto pratico, da Harryhausen in avanti. E si nota anche quanto Jackson sia sempre stato un fan dei Monty Python, a partire dal fatto che il gruppo di agenti speciali che combattono gli alieni invasori si chiama AIDS (Astro Investigation and Defence Service). Ma tutte queste influenze sono impastate con mano fermissima, e mai forzate al punto da diventare citazioni: Bad Taste è un film tanto povero quanto convinto di sé, della storia assurda che sta raccontando e del modo che ha scelto per raccontarla.

Alieni, panini e giocattoli

Storia che è poi quella di un’invasione aliena (molto simile, peraltro, a quella che verrà raccontata anni dopo in Under the Skin…) che agisce su scala locale e per motivi che sembrano presi di peso dalla Guida galattica per autostoppisti. Guidati dal cattivissimo Lord Crumb, gli invasori lavorano infatti per una catena spaziale di fast food che vuole usare la carne umana come ingrediente per i suoi nuovi panini galattici. Con un po’ di impegno e altrettanto senno di poi ci si potrebbe veder dietro un messaggio politico, l’umanità trattata come carne da macello, la specie dominante che diventa ripieno per sfilatini, ma basta guardare il film per rendersi conto che sarebbe fatica sprecata.

Perché Bad Taste è tutto quello che promette a partire dal titolo: un film di cattivo gusto, fatto per il puro piacere di far storcere il naso, distogliere lo sguardo o in alternativa esultare per le macchine che esplodono a colpi di lanciarazzi e per Peter Jackson che si tiene il cervello nel cranio con una cintura dopo che è stato attaccato dai gabbiani. È un film punk nell’accezione più nichilista del termine, e sperimentale non nel senso che cerca di fare cose nuove e mai viste prima, ma nel senso che documenta in diretta i primi passi del suo autore nel mondo del cinema: è come vedere un bambino di immenso talento che pasticcia con il nuovo giocattolo e dimostra di saperlo usare già meglio di tanti professionisti.

Il cattivo gusto di recitare

Un’ultima riflessione. È bizzarro da dire, in un film nel quale c’è più sangue che minutaggio, ma l’elemento forse più disturbante di Bad Taste non è un effetto speciale né una scena particolarmente cruenta, ma il suo stesso autore. Peter Jackson interpreta due personaggi, l’“agente” Derek e l’alieno Robert, e giusto per far capire fin da subito quanto è bravo riesce anche a girare una scena in cui i due fanno a botte. Ma se la sua interpretazione dell’invasore che non parla è tutto sommato normale – nei limiti di un ruolo che prevede di vomitare verde in una bacinella per sfamare i propri compagni –, quando Jackson è Derek perde completamente il controllo, e anche prima di diventare una sorta di zombi con mezzo cervello.

È come se, tra i tanti esperimenti di Bad Taste, ci fosse anche quello di capire se Peter Jackson potesse avere un futuro anche davanti alla macchina da presa. La storia ci dice di no, e vederlo nei panni di Derek in Bad Taste ci spiega perché: non perché non sia efficace, ma perché lo è fin troppo. È abrasivo, urticante, respingente, repellente, e in un film programmaticamente sopra le righe riesce a elevarsi ben oltre il pentagramma e persino ad arrivare a essere eccessivo. È un’interpretazione, quella di Jackson, che è un trionfo di overacting, nel quale manca del tutto quel sovrumano controllo dei mezzi dimostrato in fase di regia e anche (soprattutto?) di montaggio – opera sua e dell’amico e premio Oscar Jamie Selkirk. E certo, nulla osta all’esistenza di un universo parallelo nel quale Peter Jackson ha scoperto di amare la recitazione e ha affinato e smussato il suo delirio fino a diventare una faccia quantomeno affidabile. In questo, per fortuna, il nostro ha scelto la sua battaglia e l’ha scelta bene.

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