DiCaprio brilla, ma Luhrmann distrugge ogni sfumatura: questo film su Prime Video non convince
Baz Luhrmann stroncato a Cannes 2013: un film eccessivo che sacrifica la profondità di Fitzgerald per effetti speciali e spettacolo.
Quando Baz Luhrmann porta il suo Grande Gatsby (disponibile su Prime Video) al Festival di Cannes 2013 come film d'apertura, le aspettative sono stratosferiche. F. Scott Fitzgerald, Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire: tutti gli ingredienti per un trionfo sembrano esserci. Eppure, dalla Croisette arriva una delle stroncature più memorabili degli ultimi anni. Luhrmann, il regista di Moulin Rouge e Australia, sembra incapace di cogliere la sottigliezza del capolavoro di Fitzgerald. Il risultato è un film che sacrifica ogni profondità dell'originale sull'altare di effetti speciali vertiginosi, zoom compulsivi e scenografie digitali ipertrofiche. Il paradosso è evidente fin dalle prime sequenze. La storia viene narrata in flashback da Nick Carraway, interpretato da un Tobey Maguire dall'espressione perennemente accigliata, che racconta le sue memorie durante una sessione di terapia per depressione e alcolismo. Una scelta moderna, una chiave di lettura contemporanea applicata agli anni Venti.
Leonardo DiCaprio porta a casa la sua parte con professionalità. È probabilmente l'unica scelta possibile per Gatsby, e nei momenti più intimi riesce a costruire una chimica autentica con Carey Mulligan, la cui Daisy possiede quella gentilezza e vulnerabilità che il personaggio richiede. Il loro primo incontro nella cottage di Nick, durante un tè, ha una carica emotiva genuina, gestita con delicatezza da entrambi gli attori. Ma sono brevi parentesi in un turbine di eccessi visivi. Perché il vero protagonista del film non è Gatsby, né tantomeno il suo amore impossibile per Daisy. È lo spettacolo fine a se stesso. Le feste sono logisticamente impressionanti, certo, ma manca quella sensazione disturbante che in Fitzgerald evoca una sorta di Weimar americana, un presagio di decadenza. Nemmeno l'approccio esplosivo di Luhrmann riesce a catturare il senso vertiginoso di un'epoca in cui fortune gigantesche si materializzano dal nulla, in modo ingiusto e improvviso.
Il finale del romanzo, quelle scene disperatamente tristi e sommesse, l'incontro straziante con l'anziano padre di Gatsby, tutto viene liquidato frettolosamente. Luhrmann e il co-sceneggiatore Craig Pearce sembrano aver lavorato su un riassunto esecutivo del libro, preparato da un assistente aziendale, piuttosto che sul testo originale. Sono chiari che la frase finale sia molto famosa e importante, tanto da farla apparire sullo schermo lettera per lettera, battuta a macchina, mentre viene narrata. Ma il significato profondo di quelle parole sembra sfuggirgli completamente. Resta Nick, figura ottusa e tediosa, narratore non partecipante che Maguire interpreta con un'espressione zonked, sempre stordito e perennemente sbornia senza aver bevuto nemmeno la metà degli altri. Un filtro inadeguato per una storia che richiede sensibilità e distacco calibrato.