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Dune incontra Waterworld in questo film sci-fi post- apocalittico (ma poco ambizioso) su Prime Video

Un film sci-fi post-apocalittico che mescola Dune e Waterworld ma manca di anima. Analisi completa del lungometraggio di Tim Fehlbaum.

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Ci sono film che nascono con tutte le carte in regola per funzionare: fotografia impeccabile, attori credibili, budget adeguato, ambientazioni suggestive. Eppure qualcosa si inceppa lungo la strada, e il risultato finale scivola via come sabbia tra le dita. Tides, secondo lungometraggio di fantascienza del regista tedesco Tim Fehlbaum presentato al Festival di Berlino 2021 e disponibile su prime Video, è esattamente questo tipo di produzione: tecnicamente ineccepibile, narrativamente dimenticabile. Il film si apre con una premessa che suona terribilmente familiare nel 2021, e ancora più profetica oggi: "Cambiamento climatico. Pandemie. Guerra". Tre parole secche che bastano a spiegare perché la Terra sia diventata inabitabile e l'élite dell'umanità sia fuggita su Kepler-209, un pianeta lontano dove però è sorto un problema esistenziale. Gli umani trapiantati nello spazio sono diventati sterili. La missione dell'astronauta Louise Blake, interpretata da Nora Arnezeder, è quindi duplice: verificare se il pianeta d'origine possa essere nuovamente abitabile e, soprattutto, se possa restituire agli umani la capacità di riprodursi.

Fin qui, tutto interessante. La capsula che riporta Blake e il suo equipaggio sulla Terra precipita nell'oceano, uno dei membri muore, l'altro (Sope Dirisu nei panni di Tucker) rimane ferito. Blake si ritrova a esplorare un mondo post-apocalittico che dovrebbe essere deserto ma che invece nasconde ancora sacche di sopravvissuti. E qui arrivano i bambini, prova vivente che sulla Terra la fertilità non è un problema. Il potenziale drammatico è enorme: conflitti morali sulla definizione di "umanità", sul diritto alla sopravvivenza, sulla gerarchia tra chi è fuggito e chi è rimasto. Ma Tides non riesce mai a far scattare davvero queste scintille. La sceneggiatura firmata dallo stesso Fehlbaum insieme a Mariko Minoguchi accumula strati su strati di tensione: tabelle delle maree che minacciano di annegare i protagonisti, finestre temporali strettissime per comunicare con Kepler-209, ferite che si infettano, condizioni meteorologiche avverse, bande di saccheggiatori, fazioni tecnologicamente avanzate guidate da figure ambigue. Sette diversi livelli di dramma impilati uno sull'altro come matrioske narrative.

Troppi orologi che ticchettano contemporaneamente finiscono per creare rumore invece che suspense. Sul piano tecnico, però, il film è una piccola gioia per gli occhi. Il direttore della fotografia Markus Förderer costruisce inquadrature ampie e soffuse dove la luce pallida del sole basso gioca sulle distese di fango costiero. Le nebbie riducono le figure a silhouette spettrali, i set interni progettati da Julian R. Wagner trasudano quella giusta dose di decadenza post-industriale che ogni distopia che si rispetti richiede. La colonna sonora di Lorenz Dangel resta saggiamente minimalista, senza sopraffare le immagini. Gli attori ci credono, tutti quanti, e in particolare Iain Glen porta sul volto quella ambiguità morale che chi lo ricorda come Jorah Mormont in Game of Thrones sa che può incarnare perfettamente. Il problema è che Tides finisce per essere una somma di riferimenti ad altri film più riusciti.

Il deserto e le dinamiche tribali evocano Dune, l'oceano e la Terra sommersa richiamano inevitabilmente Waterworld, i bambini miracolosi in un mondo sterile pescano a piene mani da I figli degli uomini, persino un pizzico dello struggente ambientalismo robotico di WALL-E si affaccia qua e là. Essere derivativi non è necessariamente un difetto mortale nel cinema di genere: tutta la fantascienza è un dialogo continuo con sé stessa, un gioco di rimandi e omaggi. Il vero problema è quando un film non trova il suo cuore pulsante, quella ragione emotiva che giustifica la sua esistenza oltre la somma delle sue parti. Nonostante tutti gli elementi siano al loro posto, le relazioni tra i personaggi non scattano mai. La ricerca del padre da parte di Louise, astronauta della prima missione mai tornato indietro, dovrebbe essere il motore emotivo del racconto. Ma i flashback che ci mostrano le promesse paterne risultano curiosamente piatti, privi di quella carica affettiva che dovrebbe renderli significativi.

Per gli appassionati del genere post-apocalittico rimane un esercizio di stile dignitoso, una produzione europea che cerca di competere con le major americane sul loro stesso terreno. Ma in un panorama saturo di distopie, dove ogni anno ne arrivano a decine tra cinema e streaming, Tides non riesce a trovare quella voce distintiva che lo renderebbe memorabile. Resta un compitino ben fatto, dove la classe artigianale si vede tutta ma l'anima fatica a emergere. Forse il problema è proprio nell'ambizione moderata del progetto: Tides non vuole rischiare, non vuole disturbare troppo, preferisce rimanere in acque sicure anche quando il materiale narrativo permetterebbe di avventurarsi in zone più pericolose e interessanti. Il risultato è un film che funziona come intrattenimento da una visione ma che difficilmente genererà discussioni appassionate o richiederà un secondo sguardo per coglierne livelli nascosti.

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