Famiglia, resilienza, speranza: su Netflix, c'è il remake di una serie sci-fi anni '60 da riscoprire
Lost in Space Netflix è il remake perfetto: 3 stagioni complete, effetti spettacolari e una storia familiare avvincente. Scopri perché merita di essere recuperato.
Nell'era dello streaming, c'è una serie che merita di essere riscoperta: Lost in Space di Netflix, un remake in tre stagioni che rappresenta uno degli esempi più riusciti di come si dovrebbe rivisitare un classico per il pubblico contemporaneo. La serie originale della CBS, trasmessa per la prima volta nel 1965, era un adattamento libero del romanzo ottocentesco di Johann David Wyss, La famiglia Robinson svizzera. Episodica, colorata e a tratti goliardica, quella Lost in Space era un prodotto del suo tempo: ambientazioni che oggi definiremmo primitive, effetti speciali limitati dalle tecnologie disponibili, e un villain, il dottor Zachary Smith interpretato da Jonathan Harris, che rappresentava più un elemento comico che una vera minaccia.
Era fantascienza per famiglie, lontana anni luce dalla complessità progressista di Star Trek: The Original Series, eppure conteneva in sé tutti gli ingredienti di una grande storia: ingegno umano, tenacia, coraggio e, soprattutto, amore familiare. Netflix ha colto questi elementi fondamentali e li ha traghettati nel ventunesimo secolo, costruendo una narrazione serializzata, guidata dai personaggi e incredibilmente godibile. Il salto visivo rispetto alla serie degli anni Sessanta è innegabile, paragonabile alla differenza tra il vecchio Star Trek e le produzioni moderne del franchise come Discovery o Strange New Worlds. Ma non si tratta solo di effetti speciali più sofisticati: è l'intera concezione narrativa a essere maturata.Nella versione Netflix, la famiglia Robinson si ritrova bloccata su un pianeta alieno dopo essere stata costretta a evacuare dalla loro base di missione. Ciò che segue è una lotta per la sopravvivenza contro condizioni meteorologiche estreme, traumi fisici e psicologici, creature pericolose e un villain completamente reinventato. Il pianeta su cui si trovano nella prima stagione sembra tangibile, reale, con pericoli che terrorizzano davvero. Il design del Robot, l'essere extraterrestre che stringe un legame speciale con il più giovane dei Robinson, Will, è unico: capace di passare in pochi secondi da gigante amichevole a mostro sinistro.
Ma la trasformazione più audace riguarda proprio il dottor Smith. Parker Posey porta sullo schermo una versione del personaggio completamente diversa dall'originale: non più un villain da fumetto anni Sessanta, ma una criminale manipolatrice e astuta. Posey è straordinaria nel ruolo, capace di suscitare disgusto e fascinazione in egual misura ogni volta che appare sullo schermo. Il suo Smith incute un terrore autentico: cosa farà ai buoni Robinson per ottenere ciò che vuole? Questa minaccia costante rende il pubblico ancora più vicino alla famiglia, persino quando i suoi membri agiscono in modo egoistico o avventato.
Sono umani, dopotutto. Ed è proprio questo che li rende credibili. In un panorama televisivo dove i remake sono spesso operazioni nostalgiche prive di sostanza o tradimenti evidenti dello spirito originale (ma non per questo il cinema del remake è in crisi), Lost in Space si distingue come esempio virtuoso. Non ha semplicemente aggiornato la grafica di una serie degli anni Sessanta: ha compreso l'anima di quella storia e l'ha reinterpretata per il pubblico contemporaneo, mantenendo intatti i temi universali che l'avevano resa memorabile. Famiglia, resilienza, speranza contro ogni previsione.