Fast & Furious: la saga dalle mille vite
Non c’è un franchise come quello di Fast & Furious, così poco coerente e fino ad un certo punto privo di pianificazione, eppure anche così costante e divertente...
Non un franchise con una trama ben determinata, ovvero un filo rosso che colleghi tutti i film unendoli in un’unica grande storia, nè un franchise “procedural”, uno alla 007, in cui ogni film fa storia a sè, e in cui gli attori si avvicendano in ruoli diversi o nel medesimo. Quella di Fast & Furious è una saga particolarissima, legata solo dai due aggettivi del titolo (sebbene potrebbero essere attribuiti a qualsiasi film d’azione) e simboleggiata, come nell’intenzione del primo film, dalle auto.
Con i primi 3 film appartenenti a tre generi cinematografici diversi e il quarto tutto votato a riprendere per i capelli la trama per rilanciare una nuova serialità, più coerente e legata, il franchise delle auto è stato miracolato dall’arrivo di Justin Lin nel terzo episodio, regista solidissimo e consistente, maestro di montaggio e sacerdote del cinema d’azione secco e asciutto, il quale non solo è riuscito a rimettere sui binari tutta la storia ma ha anche (con calma e ordine) ripreso le fila di ogni personaggio fino a riportare tutti dentro la storia.
E’ uno dei pochissimi casi in cui il senso della storia è stato creato a partire dalla metà, cercando di rimettere insieme i pezzi sparpagliati in precedenza. Si potrebbe dire insomma che l’intera saga (vista nel suo insieme) sia in equilibrio tra la distruzione di un senso globale (i primi 3 film) e il tentativo di ricostruirlo a posteriori (i secondi 3 film).
Ma il capitolo davvero sorprendente però è il terzo, Tokyo Drift, in cui cambia l’ambientazione e in cui mancano i protagonisti degli altri film. Una storia totalmente slegata che cerca di portare avanti unicamente lo spirito di Fast & Furious ma in realtà quel che porta avanti è solo il concetto di “film di macchine”, giacchè quell’idea di contrasto tra polizia e criminali (che comunque sono più retti dei poliziotti) si era perso da tempo e poco centra con i drift giapponesi.
Eppure, magie del cinema, quel terzo capitolo è quello rivelatore, perchè nel casino generale e nell’assurdità più cupa emerge Justin Lin, capace di creare interesse intorno ad una storia pretestuosa puntando solo sullo stile di regia e sulle sue capacità di raccontare la velocità, il rischio e tutto ciò che è legato realmente allo spirito Fast & Furious.
Tokyo Drift incassa la metà dei due film precedenti ma nella chiusura lancia la più assurda e fuori luogo delle provocazioni: il ritorno di Dominic Toretto. Impossibile non fare un quarto.
Da una parte è tornato Vin Diesel e tocca riprendere le fila della serie secondo il genere del film originale, dall’altra occorre spiegare cosa centrasse mai quell’episodio a Tokyo e poi ancora rimettere in scena i personaggi originali, la loro storyline e proiettarla in avanti aprendosi ad ulteriori possibili sequel.
Lin riesce a fare tutto, con un particolare virtuosismo che consiste nel creare piccoli buchi temporali nel film durante i quali si dovrebbe svolgere Tokyo Drift (infatti uno dei personaggi di quel film appare e scompare dalla storia perchè in realtà deceduto in Giappone). Non un prequel nè un sequel ma un film che avviene durante quello che lo ha preceduto in sala. La parte americana mangia così lo spinoff nipponico, lo ingloba e lo digerisce per andare avanti.
In Fast Five si riunisce tutta la banda (che comprende anche, per dire, il personaggio di Tyrese Gibson, presente solo nel secondo film) e nuovi membri si aggiungono, tra i quali il peso maggiore, in tutti i sensi, lo ha Dwayne “The Rock” Johnson.
Siamo negli anni “Mercenari”, cioè quel breve periodo in cui il cinema d’azione (sulla scia prima dell’annuncio e poi dell’effettiva uscita dell’all star action di Stallone) si è innamorato dei film d’azione con gruppi di uomini virili e la serie veloce e furiosa non si è potuta esimere dall’aderire alla tendenza.
I soldi si moltiplicano un’altra volta e da incassi nell’ordine del centinaio di milioni di dollari lo sfruttamento del cast più grosso fa fare il salto alle due centinaia di milioni. E la cosa veramente stupefacente continua a rimanere la maniera nella quale Justin Lin mantenga coerente lo spirito della serie, il taglio delle scene d’azione con un’occhio e un modo di intendere il racconto avventuroso personale e fresco al tempo stesso. Pochi oggi sanno essere così seri e dignitosi nel fare action movie iperbolici.
Non è più uno spoiler dire che in Fast & Furious 6 ci sarà di nuovo il personaggio di Michelle Rodriguez (in teoria morta in Solo parti originali), segno ulteriore della tendenza di molto cinema seriale ad utilizzare le stesse soluzioni e gli stessi espedienti della soap opera (che ha insegnato a tutti come si tirano per le lunghe le trame). Così arriva anche la resurrezione miracolosa, o meglio il: “Non era davvero morta!”.