“Forse gli uomini fanno film migliori delle donne”: Maggie Gyllenhaal provoca Venezia e riapre il dibattito
Maggie Gyllenhaal denuncia a Venezia 2026 la scarsa presenza femminile: solo 2 registe in concorso contro le 6 del 2025. Disparità di genere nel cinema.
Cinema, politica e disparità di genere. L'83esima Mostra del Cinema di Venezia si apre con una provocazione che fa discutere. A lanciarla, con ironia tagliente, è Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria del Concorso. Durante la conferenza stampa ufficiale, la regista di La figlia oscura e La sposa ha affrontato uno dei dati più discussi di questa edizione: la presenza ridottissima di registe nella selezione principale.
Un crollo verticale che ha sollevato interrogativi e polemiche ancora prima dell'inaugurazione della kermesse. Secondo Gyllenhaal, la questione ha radici profonde che vanno oltre la semplice selezione dei film. Il problema principale, per la regista e attrice statunitense, riguarda l'accesso ai finanziamenti. Le donne, sostiene, incontrano difficoltà maggiori nell'ottenere i fondi necessari per realizzare i loro progetti cinematografici. Ma non è solo una questione economica.
Esiste anche una dimensione culturale che pesa come un macigno. Le esperienze di vita diverse, i vissuti differenti portano le registe a esplorare temi che spesso spiazzano chi deve decidere di finanziarli. Storie che non sempre vengono considerate "arte di alto livello" secondo i parametri tradizionali, ancora largamente maschili, dell'industria. "È passato troppo poco tempo da quando le donne hanno avuto l'opportunità di girare film", riflette Gyllenhaal, "e ci vorrà del tempo per abituarsi al fatto che molte di loro li girano in modo diverso dagli uomini".
"Per noi quel che ha sempre contato è la capacità di tradurre la propria visione rispetto a un determinato soggetto, qualunque esso sia, in una forma compiuta, convincente, soddisfacente". Ma la questione sollevata da Gyllenhaal va oltre Venezia e tocca l'intero sistema dei festival cinematografici internazionali. Valérie Donzelli, presidente della giuria di Orizzonti, ha ampliato la riflessione includendo anche la scarsa visibilità di alcuni generi cinematografici, come la commedia, che secondo lei i festival tenderebbero a penalizzare.
Durante la conferenza stampa, Gyllenhaal ha affrontato anche il rapporto tra cinema e politica, tema sempre divisivo ma mai così attuale. Alla domanda se il cinema debba essere politico, la regista ha risposto senza esitazioni: "I film sono fondamentalmente e inevitabilmente politici". Ha riconosciuto il contrasto stridente tra parlare di cinema in un momento segnato da guerre e tensioni internazionali, ma ha individuato proprio nell'empatia una delle ragioni fondamentali per continuare a farlo. "Potremmo chiederci: come possiamo essere qui a parlare di film proprio adesso, quando il mondo si trova in uno stato di emergenza? Per me la risposta ha qualcosa a che fare con l'empatia. Penso che il cinema offra un'apertura, un'opportunità per trovare empatia dentro di noi".
La provocazione di Maggie Gyllenhaal sul Lido veneziano ha riacceso un dibattito che ciclicamente torna a galla nei grandi appuntamenti cinematografici internazionali. Il problema non è nuovo, ma i numeri di quest'anno lo rendono particolarmente evidente. Da sei a due registe in un anno: un passo indietro che fa rumore e che costringe a interrogarsi su quanto ancora ci sia da fare per garantire parità di opportunità nell'industria cinematografica.
Secondo Gyllenhaal la questione non è solo veneziana, né solo italiana. È globale, sistemica, radicata in meccanismi di finanziamento, produzione e distribuzione che ancora oggi privilegiano voci, sguardi e narrazioni maschili. E finché i fondi continueranno a essere più difficili da ottenere per le registe, finché i loro temi verranno considerati meno universali o meno artistici, il problema resterà irrisolto.