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La critica la demolì, ma questa serie con Will Smith su Prime Video è diventata un cult anni '90

La critica sbagliò tutto sulla serie tv con Will Smith, che è poi diventata un cult del piccolo schermo.

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Era il 10 settembre 1990 quando NBC mandò in onda la prima puntata di una sitcom destinata a entrare nella storia della televisione. Willy, il principe di Bel-Air (disponibile su Prime Video) non era ancora il fenomeno culturale che avrebbe definito gli anni Novanta, non era ancora il trampolino di lancio per una delle carriere più luminose di Hollywood. Era solo una scommessa della rete, un esperimento che mescolava cultura hip-hop e commedia familiare tradizionale. Will Smith, allora conosciuto principalmente come metà del duo rap DJ Jazzy Jeff & The Fresh Prince, stava per fare il suo debutto come attore. La NBC aveva grandi aspettative, tanto da definire internamente il progetto come "la seconda venuta" della televisione in prima serata, un evento quasi messianico che prometteva di conquistare il pubblico attraverso quella che chiamavano la "rap-ture", giocando sul termine rapture, estasi religiosa.

Ma non tutti condividevano questo entusiasmo. La critica pubblicò una recensione il giorno stesso della premiere che oggi suona quasi profetica nella sua miopia. La serie fu definita "televisione tollerabile, ben lontana da un'esperienza rivelatoria". Una valutazione tiepida che oggi, con il senno di poi, appare come uno dei più clamorosi errori di giudizio nella storia della critica televisiva. La premessa della serie non faceva gridare certo all'originalità. Si trattava del classico "pesce fuor d'acqua", formula già sfruttata centinaia di volte dalla televisione americana. Will, ragazzo di strada proveniente da un quartiere difficile di Philadelphia, viene spedito a vivere con i parenti ricchi nel dorato quartiere di Bel-Air. Lo shock culturale tra il ragazzo "def" (termine gergale che significava "figo" nel vocabolario hip-hop dell'epoca) e l'ambiente borghese dei cugini genera le situazioni comiche.

Il primo episodio seguiva il copione prevedibile: Will alle prese con il maggiordomo impettito, i cugini materialisti, una cena formale con i colleghi avvocati dello zio. La sceneggiatura prometteva che nelle puntate successive il protagonista avrebbe continuato a portare la cultura rap nel mondo patinato di Bel-Air. Tutto terribilmente convenzionale, almeno sulla carta. Ma la stroncatura più memorabile della critica riguardava proprio l'elemento che avrebbe dovuto essere il punto di forza dello show: "Questo è rap da gomma da masticare, una confezione appiccicosa che perde sapore più velocemente di quanto tu possa far rimare 'piatto' con 'rap'". Una metafora tagliente che riduceva l'intera operazione a un prodotto commerciale insipido, destinato a una rapida obsolescenza.

Quello che la critica non poteva prevedere era che proprio quella accessibilità sarebbe diventata la forza dello show. Willy riuscì a portare elementi di cultura afroamericana urbana nel salotto di milioni di famiglie, creando un ponte culturale attraverso la commedia. Will Smith divenne un'icona generazionale non nonostante la sua versione "bubble gum" dell'hip-hop, ma proprio grazie ad essa. La serie durò sei stagioni, lanciò la carriera cinematografica di Smith e creò momenti televisivi che ancora oggi vengono citati e celebrati. L'episodio in cui lo zio Phil abbraccia Will dopo che questi si sfoga per l'assenza del padre biologico rimane una delle scene più potenti della televisione americana, un momento drammatico che trascendeva completamente le premesse leggere della sitcom.

Il responso della critica rappresenta un perfetto esempio di come essa possa cogliere le caratteristiche tecniche di un prodotto televisivo senza riuscire a intuirne il potenziale emotivo e culturale. Aveva ragione su quasi tutto: la premessa era convenzionale, il rap era annacquato, la formula era prevedibile. Ma aveva completamente sbagliato sulla sostanza più importante: la capacità di quella sitcom di connettersi con il pubblico e lasciare un segno indelebile nella cultura popolare. Oggi quelle critica suona come curiosità storica, testimonianza di come persino i critici più esperti possano sottovalutare un fenomeno nascente. NBC aveva visto giusto definendolo quasi come una "seconda venuta": Willy non rivoluzionò la televisione nelle forme, ma certamente contribuì a cambiarne i contenuti, aprendo la strada a una rappresentazione più ampia e sfaccettata della cultura afroamericana sullo schermo.

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