FILM

Meryl Streep attacca i cinecomic: “così il cinema diventa noioso” (ma il pubblico si divide)

Meryl Streep non le ha mandate a dire, criticando duramente i cinecomic della Marvel (e non solo), accendendo un grande dibattito sul web.

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Meryl Streep ha deciso di non mandarle a a dire. Durante la promozione de Il diavolo veste Prada 2, l'attrice ha colto l'occasione per lanciare una critica senza mezzi termini al cinema contemporaneo, puntando il dito contro la dominanza dei cinecomic e della Marvel nella narrazione cinematografica odierna. Le sue parole, pronunciate nel corso di un'intervista all'Hits Radio Breakfast Show insieme alle colleghe Anne Hathaway ed Emily Blunt, hanno il peso di chi ha attraversato decenni di cinema e può permettersi di dire ciò che pensa senza filtri.

"Credo che ora tendiamo a Marvel-izzare i film. Abbiamo i cattivi e abbiamo i buoni, ed è così noioso", ha dichiarato senza esitazione la tre volte premio Oscar. Un affondo diretto, che non lascia spazio a interpretazioni ambigue. Secondo Streep, l'industria cinematografica si è appiattita su una formula narrativa che divide i personaggi in categorie troppo nette, perdendo quella complessità che rende le storie davvero memorabili.

La riflessione è nata da una domanda della conduttrice Fleur East, che le ha chiesto di commentare il lato più umano di Miranda Priestly, la temibile direttrice di Runway che l'attrice interpreta nel franchise de Il diavolo veste Prada. Un personaggio che, pur essendo spesso percepito come antagonista, sfugge alle definizioni semplicistiche proprio perché costruito su sfumature, contraddizioni e una profondità psicologica rara.

"Ciò che è davvero interessante della vita è che alcuni degli eroi sono imperfetti e alcuni dei cattivi sono umani, interessanti e hanno i loro punti di forza", ha continuato Streep. "Ecco cosa mi piace di questo film. È più disordinato". Una visione che riflette una concezione del cinema come specchio della complessità umana, dove nessuno è interamente buono o cattivo, dove le motivazioni si intrecciano e i confini morali si sfumano.

Le parole di Streep arrivano in un momento particolare per Hollywood. Il dominio dei cinecomic, culminato nell'ultimo decennio con il Marvel Cinematic Universe e il DC Extended Universe, ha ridefinito le logiche produttive e narrative del cinema mainstream. Super produzioni miliardarie, effetti speciali avveniristici, universi narrativi espansi: un modello che ha dominato i botteghini globali ma che, secondo molti critici e addetti ai lavori, ha lasciato poco spazio a storie più intime, stratificate, mature.

La critica di Streep si inserisce in un dibattito più ampio che attraversa da anni l'industria cinematografica. Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Ken Loach: diversi maestri del cinema hanno espresso perplessità simili, lamentando che i film di supereroi, per quanto tecnicamente impeccabili e commercialmente vincenti, raramente si confrontano con la complessità morale e narrativa che caratterizza il grande cinema d'autore.

Meryl Streep ne Il Diavolo veste Prada, fonte: 20th Century Fox

La posizione di Streep sui film "Marvel-izzati" non è un rifiuto tout court del genere supereroistico, quanto piuttosto un invito a non lasciare che una formula narrativa monopolizzi l'immaginario cinematografico. I supereroi possono convivere con personaggi più complessi, le grandi produzioni con film più intimi e riflessivi. Il problema sorge quando l'industria si appiattisce su un unico modello, replicandolo all'infinito fino a saturare il pubblico.

Il cinema, secondo Streep, dovrebbe essere "più disordinato". Dovrebbe riflettere l'ambiguità della vita reale, dove le persone non sono facilmente catalogabili, dove le scelte morali sono complicate, dove la psicologia umana sfugge alle semplificazioni. È questo che rende un personaggio come Miranda Priestly così affascinante e, paradossalmente, più vicino al pubblico rispetto a molti supereroi dotati di poteri straordinari ma di personalità bidimensionali.

Con Il diavolo veste Prada 2 ora nelle sale, il pubblico ha l'opportunità di ritrovare uno di quei personaggi che incarnano proprio la complessità di cui Streep parla. In un panorama cinematografico dominato da franchise e universi espansi, il ritorno di Miranda Priestly rappresenta forse un piccolo contrappeso: un promemoria che il grande cinema si nutre di sfumature, non di certezze preconfezionate.

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