Michael Keaton è l'unico che riesca a salvare le sorti di questo film su Netflix con Dylan O'Brien
Dylan O'Brien e Michael Keaton: analisi completa del film. Cosa funziona e cosa no nel thriller action tratto dai romanzi di Vince Flynn.
Quando si parla di adattamenti cinematografici di bestseller action, il rischio è sempre quello di trovarsi davanti a un prodotto piatto, incapace di distinguersi dalla massa di thriller da operazioni segrete che affollano le sale. American Assassin, disponibile su Netflix, basato sul penultimo romanzo della serie di Mitch Rapp scritta dal compianto Vince Flynn, avrebbe potuto facilmente finire in questa categoria. Eppure, nonostante una trama che ricicla molti degli archetipi più logori del genere, il film diretto da Michael Cuesta riesce a ritagliarsi uno spazio proprio grazie a una miscela particolare: violenza senza compromessi, ritmo serrato e, soprattutto, la presenza magnetica di Michael Keaton.
È una figura che abbiamo visto decine di volte, da Jason Bourne in poi, e American Assassin non fa molto per approfondirne le sfumature psicologiche. Il film privilegia l'azione all'introspezione, e in questo senso la scelta si rivela coerente: non si perde in sviluppi emotivi superflui e va dritto al punto. Ed è qui che entra in scena Michael Keaton. Il suo Stan Hurley non è un personaggio particolarmente complesso sulla carta, ma Keaton lo trasforma in qualcosa di memorabile. È un guerriero al limite della stabilità mentale, segnato da decenni di conflitti, capace di passare dall'umorismo caustico alla violenza brutale nel giro di pochi secondi. Ogni sua scena ha un peso specifico che il resto del film fatica a eguagliare. Keaton sembra divertirsi nel ruolo, e questo si percepisce: la sua presenza scenica solleva un prodotto che altrimenti rischierebbe di risultare anonimo. Michael Cuesta, che ha lavorato come regista e produttore esecutivo nelle prime due stagioni di Homeland, porta con sé una certa familiarità con i temi del terrorismo moderno e delle operazioni di intelligence.
Tuttavia, laddove Homeland scava in profondità nelle implicazioni morali e psicologiche, American Assassin sceglie di privilegiare l'adrenalina pura. E lo fa sfruttando appieno il rating R: il film non lesina in termini di violenza grafica, con combattimenti corpo a corpo brutali e senza censure. Il film funziona anche come origin story autonoma. Non si perde in inutili setup per futuri sequel, non ammicca a un universo espanso. È una storia autoconclusiva che racconta come Mitch Rapp sia diventato l'agente segreto che è. Questo approccio gli giova, perché evita la sensazione di incompletezza che spesso affligge i primi capitoli di franchise troppo ambiziosi.