Neil Patrick Harris e tre stagioni di puro genio gotico, in questa serie imperdibile (e ingiustamente dimenticata)
La serie Netflix che ha unito l'atmosfera di Stranger Things e quella di Le cronache di Narnia. Scopri perché questa gemma sottovalutata merita di essere recuperata.
A prima vista, Stranger Things e Le cronache di Narnia sembrano provenire da universi narrativi opposti. Da un lato, l'horror nostalgico ambientato negli anni Ottanta con creature interdimensionali e esperimenti governativi. Dall'altro, la fantasy classica britannica popolata da fauni, leoni parlanti e armadi magici. Eppure, se scavi sotto la superficie, scopri che condividono lo stesso DNA narrativo: gruppi di bambini catapultati in circostanze straordinarie, dove il pericolo incombe costante e gli adulti sono inefficaci, assenti o complici del male.
In entrambe le storie, i giovani protagonisti devono affidarsi esclusivamente alla propria intelligenza e al proprio coraggio per sopravvivere. È una tradizione narrativa potente, antica quanto le fiabe dei fratelli Grimm, ma sempre efficace. E c'è una serie originale Netflix che ha saputo attingere a questa formula con un talento raro, mescolando quegli ingredienti in una ricetta completamente nuova.
Una serie di sfortunati eventi ha debuttato nel 2017 e si è conclusa nel 2019 dopo tre stagioni impeccabili. Tratta dai romanzi di Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler), la serie segue le tragiche peripezie degli orfani Baudelaire: Violet, l'inventrice adolescente, Klaus, il lettore vorace, e Sunny, la neonata dai denti affilatissimi e dal vocabolario monosillabico. Dopo la morte dei genitori in un incendio misterioso, i tre fratelli vengono sballottati tra tutori incompetenti mentre cercano di sfuggire alle grinfie del Conte Olaf, un attore squattrinato e spietato interpretato magistralmente da Neil Patrick Harris.
Quello che rende la serie così speciale è il modo in cui prende la struttura narrativa classica dei "bambini contro il mondo" e la trasforma in qualcosa di più oscuro, più sardonico, più consapevole. Non c'è il trionfo facile del bene sul male. Non ci sono adulti saggi che arrivano in soccorso all'ultimo momento. Il narratore stesso, Lemony Snicket, avverte continuamente gli spettatori che questa non è una storia a lieto fine, che farebbero meglio a guardare qualcos'altro, qualcosa di più allegro.
Eppure, proprio in questa oscurità risiede la sua forza. Come in Stranger Things, i protagonisti devono affrontare minacce che superano la loro comprensione e la loro età. Come nelle Cronache di Narnia, si trovano in un mondo dove le regole normali non valgono più e dove la distinzione tra realtà e fantasia si fa sottile. Ma a differenza di entrambe, Una serie di sfortunati eventi non offre mai vere consolazioni. Ogni vittoria è parziale, ogni fuga è temporanea, ogni alleato potrebbe rivelarsi ambiguo.
La serie costruisce un universo gotico e stilizzato che ricorda Tim Burton nei suoi giorni migliori, ma con una vena comica più acida. Gli scenari sono volutamente teatrali, i costumi esagerati, le ambientazioni così artificiali da sembrare dipinti. Questo distacco estetico permette alla serie di affrontare temi sorprendentemente maturi: il lutto, l'ingiustizia sistemica, la corruzione istituzionale, l'ambiguità morale. I Baudelaire non combattono solo il Conte Olaf, combattono un intero sistema sociale che privilegia le apparenze sulla sostanza, la ricchezza sulla virtù, l'autorità sulla verità.
Neil Patrick Harris porta il Conte Olaf oltre il semplice villain melodrammatico, trasformandolo in una creatura tragicamente patetica, assetata di riconoscimento quanto di denaro. Nei suoi travestimenti sempre più ridicoli, c'è un disperato bisogno di essere visto, applaudito, amato. È un mostro, certo, ma è anche il prodotto di un mondo che ha fallito nel nutrire qualsiasi cosa in lui eccetto l'avidità e il rancore.
Quello che rende la serie perfetta per i fan di Stranger Things non è solo la presenza di bambini intelligenti che combattono forze più grandi di loro. È il modo in cui entrambe le serie comprendono che l'infanzia non è necessariamente un periodo di innocenza protetta. A volte è un campo di battaglia. A volte i bambini vedono cose che non dovrebbero vedere, sanno cose che non dovrebbero sapere, e devono prendere decisioni che nessun adulto vorrebbe affrontare.
E per i nostalgici di Narnia, c'è quella stessa sensazione di varcare una soglia verso un mondo altro, dove ogni oggetto può nascondere un segreto, ogni porta può condurre a una nuova rivelazione. La differenza è che invece di Aslan, qui c'è solo l'assenza. Invece della promessa di redenzione, c'è la certezza che le cose andranno male. Eppure i Baudelaire continuano a combattere, non perché sperano nella vittoria finale, ma perché è l'unica cosa dignitosa da fare.