FILM

Patrick Wilson nell'horror su Netflix, da una storia di Stephen King, che confonde (ma non spaventa)

Analisi dell'horror di Stephen King e Joe Hill diretto da Vincenzo Natali. Perché confonde più che spaventare e cosa non funziona.

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Quando Netflix decide di adattare una novella di Stephen King, co-scritta addirittura con suo figlio Joe Hill, le aspettative si alzano automaticamente. In the Tall Grass - Nell'erba alta, arrivato sulla piattaforma nell'ottobre 2019 dopo il passaggio al Fantastic Fest, prometteva di essere l'ennesimo tassello vincente nella strategia del colosso dello streaming di portare sullo schermo le opere del maestro dell'horror. Dopo Il gioco di Gerald e 1922, entrambi accolti positivamente, sembrava tutto pronto per un nuovo successo. Ma qualcosa, lungo la strada, si è perso. Il film diretto da Vincenzo Natali parte con una premessa inquietante. I fratelli Becky e Cal DeMuth sono in viaggio, lei incinta e provata dalla nausea. Si fermano lungo una strada di campagna quando sentono la voce disperata di un bambino, Tobin Humbolt, che chiede aiuto da un campo di erba altissima. Il ragazzino dice di essere perso insieme ai suoi genitori. Fare la cosa giusta sembra naturale: entrare nel campo e cercare di aiutarli. Ma questo non è un campo qualunque. È un labirinto vivente, un organismo che sembra avere una volontà propria, dove le leggi dello spazio e del tempo smettono di funzionare come dovrebbero.

Natali, che oltre a dirigere ha curato anche la sceneggiatura, riesce magistralmente a costruire un senso di disagio fin dai primi minuti. La paura di perdersi, di non ritrovare la via d'uscita, di sentire voci familiari che arrivano da direzioni impossibili: è un terrore ancestrale, quasi claustrofobico nonostante il setting all'aperto. L'erba alta diventa una presenza tangibile, un antagonista silenzioso ma costante. Il direttore della fotografia Craig Wrobleski trova angolazioni sempre diverse per rendere quel mare verde opprimente, facendo del campo stesso il vero protagonista visivo del film. Dal punto di vista estetico, In the Tall Grass funziona. È un film che sa come usare i suoi limiti scenografici trasformandoli in un vantaggio. Come un episodio bottle di una serie televisiva, la maggior parte dell'azione si svolge in un unico ambiente ristretto, eppure non c'è mai la sensazione di staticità visiva. Il problema emerge altrove, nella sostanza narrativa.

La novella originale del 2012 era un racconto breve, denso e claustrofobico. Per portarlo a un lungometraggio di 101 minuti, Natali ha dovuto espandere, aggiungere strati, inventare dinamiche. Ed è qui che la struttura inizia a scricchiolare. I personaggi, pur interpretati con competenza, restano figure piuttosto piatte. Becky è la donna incinta in difficoltà, Cal il fratello protettivo, Travis l'ex fidanzato con cui le cose sono finite male. Le tensioni tra loro, come l'antipatia di Cal verso Travis, sembrano inserite per dare profondità ma finiscono per risultare generiche, quasi obbligate. Quello che manca davvero, però, è una chiara comprensione delle regole del gioco. Il campo ha poteri soprannaturali, questo è evidente. Ma quali sono i suoi limiti? Cosa può fare esattamente? Come funziona il tempo al suo interno? Natali sceglie di non spiegare troppo, lasciando allo spettatore il compito di mettere insieme i pezzi. È una scelta che può funzionare, ma solo se gli indizi sparsi nel film sono sufficienti. Qui, invece, molti resteranno con più domande che risposte, e non nel senso positivo del termine. La confusione non genera riflessione, genera frustrazione.

A salvare parzialmente la situazione ci pensa Patrick Wilson, nel ruolo di Ross Humbolt. Wilson, veterano del genere horror grazie alla saga di The Conjuring, sa perfettamente come calibrare la propria presenza scenica. Interpreta Ross con un mix di fascino affabile e inquietudine crescente, oscillando tra il padre di famiglia rassicurante e qualcosa di molto più sinistro. C'è un gusto palpabile nel modo in cui mastica le battute, come se fosse consapevole di recitare in un film leggermente diverso da quello degli altri attori. E forse è proprio così: mentre il resto del cast resta ancorato a interpretazioni solide ma ordinarie, Wilson si concede qualche eccesso calibrato, quel pizzico di camp che rende il suo personaggio memorabile. La scelta di Netflix di mandare In the Tall Grass direttamente in streaming, senza passaggio nelle sale dopo i festival, dice molto. Non è un film pensato per il grande schermo, non ha le ambizioni né la forza narrativa per competere con altri titoli horror dell'anno.

È contenuto fatto su misura per una nicchia: i fan di Stephen King, gli appassionati di horror che cercano qualcosa di diverso dal solito, chi ha voglia di un film da guardare una sera qualunque senza troppi pensieri. Il film è strutturato come un esperimento stilistico, un esercizio su come rendere visivamente interessante una storia che, sulla carta, potrebbe diventare ripetitiva. E da questo punto di vista, Natali riesce nel suo intento. Ma un film non vive solo di immagini suggestive e atmosfera. Serve una spina dorsale narrativa solida, personaggi in cui immedesimarsi, una logica interna che regga anche quando il soprannaturale irrompe. In the Tall Grass ha momenti di genuina inquietudine, momenti in cui l'erba sembra davvero un organismo vivente pronto a inghiottirti. Ma perde slancio man mano che avanza, soffocato dalle proprie ambiguità non risolte.

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