Peter Berg e il disastro che ha cambiato il Golfo del Messico: il film con Mark Wahlberg su Prime Video
Mark Wahlberg nel film di Peter Berg sulla tragedia del 2010. Disaster movie sulla piattaforma petrolifera.
Ci sono film che intrattengono, film che emozionano e poi ci sono quelli che ti lasciano con un nodo allo stomaco. Deepwater Horizon, disponibile su Prime Video, appartiene a quest'ultima categoria. Non è un action movie tradizionale, non è nemmeno un disaster movie come siamo abituati a concepirli. È qualcosa di più disturbante, più viscerale: è la ricostruzione meticolosa di una tragedia vera che nel 2010 ha scosso il Golfo del Messico e l'intera industria petrolifera mondiale. Peter Berg, il regista che già ci aveva mostrato la brutalità della guerra con Lone Survivor, torna a collaborare con Mark Wahlberg per portare sullo schermo la storia dell'esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. E come nel precedente lavoro insieme, Berg non risparmia nulla allo spettatore: ogni dettaglio tecnico, ogni momento di tensione crescente, ogni secondo del disastro è ricreato con un'attenzione maniacale alla realtà dei fatti.
Il film si apre con scene di quotidianità domestica. Mike Williams, interpretato da Wahlberg, trascorre gli ultimi momenti con sua moglie Felicia, una convincente Kate Hudson, e la figlia decenne Sydney prima di partire per il suo turno di tre settimane sulla Horizon. È un elettricista, un operaio specializzato tra i tanti che lavorano su quella Mobile Offshore Drilling Unit ancorata a circa 40 miglia dalla costa della Louisiana. Accanto a lui ci sono Andrea Fleytas, unica donna a bordo interpretata da Gina Rodriguez, il veterano Jimmy "Mr. Jimmy" Harrell di Kurt Russell, e il giovane Caleb Holloway, volto noto ai fan di Dylan O'Brien. La forza narrativa di Deepwater Horizon sta proprio in questa prima parte, apparentemente lenta ma fondamentale.
Berg e gli sceneggiatori Matthew Michael Carnahan e Matthew Sand non hanno paura di bombardare lo spettatore con terminologia tecnica, con il gergo delle piattaforme petrolifere, con le procedure quotidiane dell'equipaggio. Potrebbe sembrare una scelta rischiosa, eppure funziona: ci immerge completamente in quel mondo, ce lo fa capire, ce lo fa quasi toccare. Quando poi tutto andrà in pezzi, letteralmente, avremo compreso esattamente cosa sta succedendo e perché. Il conflitto emerge presto, ma non è tra eroi e cattivi nel senso classico. È tra chi lavora sulla piattaforma, chi conosce i rischi e rispetta le procedure di sicurezza, e i rappresentanti della BP, l'azienda proprietaria dei diritti di trivellazione nel Macondo Prospect.
Donald Vidrine, interpretato da un John Malkovich volutamente viscido e fastidioso, incarna quella cultura aziendale che antepone i profitti e i tempi di produzione alla sicurezza. Le proteste di Mr. Jimmy e degli altri operai vengono ignorate, i test di sicurezza che non danno i risultati sperati vengono minimizzati. È una tensione sotterranea che diventa palpabile, una bomba a orologeria che sappiamo esploderà. E quando esplode, Deepwater Horizon diventa un'esperienza cinematografica che lascia senza fiato. Il regista Peter Berg e il direttore della fotografia Enrique Chediak mescolano estetica documentaristica e tecnica cinematografica sofisticata. Il risultato è una seconda metà del film che in formato IMAX diventa qualcosa di quasi insostenibile da guardare: non per la violenza grafica fine a se stessa, ma per il realismo crudo con cui viene mostrato il collasso della piattaforma.
Deepwater Horizon è classificato PG-13, quindi tecnicamente meno esplicito del durissimo Lone Survivor con rating R, ma forse è proprio per questo ancora più efficace. Non mostra violenza gratuita, ma riesce comunque a essere straziante nel far comprendere quanto sia pericoloso un lavoro che raramente viene raccontato o mostrato al grande pubblico. Quante persone sanno davvero cosa significa lavorare su una piattaforma petrolifera a decine di miglia dalla costa, cosa comporta, quali rischi si corrono ogni giorno? Il film di Berg, dalla cui locandina si intuiva già molto, riesce nell'intento di documentare nei minimi dettagli tutto ciò che è andato storto quella notte di aprile 2010, restituendo dignità e visibilità a chi era lì.